Evocazioni di Segni # 3

dicembre 24, 2012

Ogni figura
È coltre di spazio,
Ovunque
Ricopia
Il passo che scorre.
Ogni suono
È vuota distanza,
Ancora
Riecheggia
L’urgenza che svela.
Ogni parola
È leva del tempo,
Sempre
Ci parla
Del buio che accoglie.

Ivan Fassio

Immagine

Jean-Paul Charles, elaborazione digitale, 2012

Annunci

Evocazioni di Segni # 2

dicembre 24, 2012

Senza vederci
Alla memoria
Ci affidiamo dei segni.
Che ogni sogno
Sia un tracciato,
Un solco al tatto,
Che l’esistenza
Si sfianchi
E sconfini in altri piani,
Che ordini la pagina
Un’azione, ancora,
Prima di sbiancare.

Ivan Fassio

Immagine

Gosia Turzeniecka, Raja, acquerello su carta, 2009

Gosia Turzeniecka, Raja, acquerello su carta, 2009


Evocazioni di Segni

dicembre 24, 2012

Ogni pianto sfuma
E s’incarna sulla vista,
Sfoga clemenza:
Paga la presenza
D’ogni caducità.
Ogni effigie sfila
E scompare sotto gli occhi,
Sfida l’assenza:
L’incubo rasenta
Ogni possibile verità.

Ivan Fassio

Immagine

Ezio Gribaudo, Prefazione per Ivan, flano e tempera, 2011

Ezio Gribaudo, Prefazione per Ivan, flano e tempera, 2011


Metonimia della Visione

agosto 22, 2012

La riconoscibilità del nostro profilo è il risultato di un compromesso tra spirito e vita. Paghiamo il conto, per tanta consuetudine, ad un’economia che ci piega: percepiamo, in questo modo, ciò che conviene, inconsapevolmente. Come per un nome, la figura si fa linguaggio – ci chiamiamo attraverso i lineamenti sgrossati, utilizzando le fattezze stilizzate. Ci somigliamo definitivamente, diventiamo noi stessi e coincidiamo con le sommarie parole che ci definiscono: le nostre generalità, appunto. Ci rincorriamo nel deserto come nella fotografia, tanto nella città concreta quanto nella parcellizzazione informatica, eludendo il tremendo pericolo della scena impossibile, del gesto inconcludente, dell’irriconoscibilità del cambiamento radicale.

Nostro desiderio, ancora inconsciamente, è la realtà: bramiamo il mondo che non c’è, al di là della creazione di senso individuale e collettiva, del sapere personale e della storia. Motore delle apparenze, il verosimile ci porta al largo, attraverso un’elaborazione delle strutture tipiche e della nostra volontà. Ciò potrà convincerci irrevocabilmente che noi, davvero, non siamo. Mai stati da sempre, proprio come per un’illusione. La verità, a cui tutti aneliamo, obbliga l’immaginazione ad attivarsi, a ritagliare l’effigie di ciò che resterà riconoscibile. Immaginare diventa la capacità di creare il nostro universo dal nulla: al di là fuma il niente, nello spettro delle evaporate essenze.

Metonimia della visione è quest’azione di convincimento. Riconoscere l’uomo dai lineamenti del volto equivale, in termini retorici, a denominare una cosa con il nome di un’altra. Che la prima possa essere considerata in relazione di dipendenza o di continuità con la seconda è potere del simbolico: collo di bottiglia, bicchiere di vino, decisione del cuore. Intrappolati nelle parole, spieghiamo il procedimento con un’ulteriore locuzione: prendere confidenza. Vanitas Vanitatum, sterminata forza del fallimento, emergente nella continua sostituzione linguistica del luogo originario, del momento immacolato! Per un’analogia dello spostamento, sostituiamo idee e immagini con altre associate ad esse, per renderle più affabili. Per inventarne l’abitudine futura, la nostra.

Verità è anonima e parziale, così sia: non sarà mai materia di un sapere posseduto. La conoscenza, anzi, è dominio degli oggetti e si oppone all’individuazione dell’anima, nucleo fondante. In una sorta di magazzino inconscio e impersonale sembrerebbero essere depositati i simboli grammaticali e sociali, privi di significazione, stoccati finché non riusciranno ad incarnarsi in una persona. Amen: venuto alla luce, il soggetto conferirà significato a questi frammenti atavici, affaccendandosi intorno a un’unità astratta. Per conferire carattere antropomorfico al mondo circostante, lavorerà sul proprio aspetto, come se uno specchio l’avesse plasmato da un’origine informe. Il nostro viso sarà la prima delle apparenze, modellante ed efficace: il modo per incontrarci in un mondo inesistente. Per scambiarci un segno di pace.

Ivan Fassio


Nel tempo del contrabbando

agosto 5, 2012

A questa scrittura assoggettarsi, mai soggetto della stessa. Soggiogato dall’impero, non sapersi più riflesso. Ascendente questo angolo di pelago, tra i sudari e le veroniche. Un copricapo per il caldo, levato per la messa. Anni d’assenza, specchi infranti, aperte le finestre. Sulla strada dell’orto, tra lavanda e maggiorana, il riverbero cicala. Tradizione antica per un vento leggero, una povera patria.

Partire, prima, in veste di ambascia, in fiamme i calzari, e la gloria descrivere. Comporre in marcia continua, senza parlare, un precario abitare a picco su scogli, nel tempo del contrabbando. Vivere ladro e servo di dio, ribadire i confini del mondo e scandirli nel viaggio, seguendo la spiaggia. Coraggio riprendere, per restare lontano da casa, per cedere un limite al giorno.

Da rive deserte lo scoprirsi del tufo, le radici della vite longeva. Antri silenti rivisitare, e la mensa del monastero. Rivedere, al ritorno, un orlo ricamo impresso su tazza, la caraffa d’argilla sul davanzale.

Ivan Fassio


La Malattia della Croce

luglio 30, 2012

Sacro terrore libera il mondo. Riunisci te stesso e il tuo amato nell’atto di nascita. Riprendi quel cerchio di sete, del roseto annoda le trecce: un miracolo altare, oltre il resto rimasto. Tre stracci stesi a un paletto, dell’uomo ben strana la scorza.

Malattia della croce sfiata uno sforzo. La foce ne pesca l’avanzo, ingolfata: questa storia di santo, sospiro nel chiodo del male, anima gloria. Calciare le cose, renderle inutili, nello spasmo di giorni inconclusi. Lo scontrarsi violento di porte scassate. Un rumore selvatico. La matrice: questo cedere oggetto, dove sbatte la testa e rimane l’inizio. Momento senza memoria è il fardello, supremo distacco. Un rimbombo di onde, le nubi più gonfie nel letto, a strati costretto spavento di mostro bramato. Eppure, statico accento è di dolce malanno il rifugio. Da urla ritorna la calma di grotte, l’acceso riflesso, fissato in ottuso metallo.

Calare le funi, giù al fiume adirato, rovesciare in groviglio l’estate. Un tempo d’angoscia abitare. La vita è quel cerchio di sete, un tuffo nel mare. Di cuore è la lotta: non nata, sprecata, l’idea mai venuta alla luce.

Ivan Fassio


giugno 11, 2011

Di messa a fuoco

È un lento processo

Il comporre.

L’attesa macina un tratto:

Preghiera notturna

Per tende e cavalli.

Vacilla il deserto

A fissare una stella

Per ore.

Chiudere un occhio

E coprire col dito

La luna.

Pensare dietro la volta

Un mare di buio e di vento

Come se fosse ripreso

Dentro la fronte.

Semplice vita

Un fendente d’accetta

Assestato nel centro

Del quadro.

 

 

Ivan Fassio