Nel tempo del contrabbando

agosto 5, 2012

A questa scrittura assoggettarsi, mai soggetto della stessa. Soggiogato dall’impero, non sapersi più riflesso. Ascendente questo angolo di pelago, tra i sudari e le veroniche. Un copricapo per il caldo, levato per la messa. Anni d’assenza, specchi infranti, aperte le finestre. Sulla strada dell’orto, tra lavanda e maggiorana, il riverbero cicala. Tradizione antica per un vento leggero, una povera patria.

Partire, prima, in veste di ambascia, in fiamme i calzari, e la gloria descrivere. Comporre in marcia continua, senza parlare, un precario abitare a picco su scogli, nel tempo del contrabbando. Vivere ladro e servo di dio, ribadire i confini del mondo e scandirli nel viaggio, seguendo la spiaggia. Coraggio riprendere, per restare lontano da casa, per cedere un limite al giorno.

Da rive deserte lo scoprirsi del tufo, le radici della vite longeva. Antri silenti rivisitare, e la mensa del monastero. Rivedere, al ritorno, un orlo ricamo impresso su tazza, la caraffa d’argilla sul davanzale.

Ivan Fassio

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marzo 30, 2011

I)

La mia visita alla città si svolgeva, quasi ogni mattina, in uno stato di dormiveglia. Partivo come uno sconsiderato, le mani in tasca, in cerca di nulla, costretto dall’abitudine. Niente in prospettiva, nessun suono; tuttora mi è impossibile ricordare come percepissi gli scenari iniziali del mio vagare: forse il malato blu di fogne a cielo aperto, o l’aria polverosa del tappeto sbattuto sul davanzale. Fiordalisi e zolle indurite, l’ardore della campagna e i profumi delle pasticcerie: ciò che la mente farfugliava dopo il piacere del sonno.
La mia tentazione di concentrazione su scorci, colori, particolari era, tuttavia, troppo forte. Una salita e un muretto e, d’un tratto, il respiro s’apriva, come forbice, su un angolo inaspettato. La familiarità di un parco, la tranquillità delle panchine e lo scrollare di una campana nella basilica mi colpivano, forse. I rumori mi ferivano: le rotaie, le code, i cantieri stridevano. Tornavo dalla passeggiata spossato: era la vita! In preda ad un’inquietudine indescrivibile, rincasavo velocemente, parlando spesso e ad alta voce. Il ricordo era stato catturato e nulla, ancora, rimaneva. Chiuso il cerchio, i battenti si chiudevano alle mie spalle, ero certo di avere imparato qualcosa, di sapere, di creare.
La casa aveva già patito la mia assenza, gli oggetti giacevano immobili e avevano perso ogni sentore di vita. Velocemente aprivo le finestre. Il pavimento e gli armadi esalavano foschia, i lavandini cantavano, lampadari e vasi si stagliavano in fioca luce. Tutto avveniva nella freschezza di una salute ritrovata. Lenzuola e cuscini si ravvivavano miracolosamente. Avrei rischiato di perderli, se l’odore del caffè caldo non mi avesse risvegliato.

II)

Così come fu creato, il quartiere rimase. Non ebbe mai sponde. I panorami che i suoi abitanti osservarono dalle finestre scivolarono, ogni volta, sullo stesso pendìo che mai fu sostenuto da mura, che a lungo accolse il roveto e che infine conobbe il gerbido, per sempre.
All’occhio dello straniero che arrivò dal centro della città, la zona apparve costantemente nelle sembianze di un borgo composto di quattro, cinque casamenti. Dopo la strada in salita, costeggiata da lampioni e pali della luce, la cima si aprì, per gli abitanti e per i viaggiatori più attenti, su un ampio spazio e su una successiva discesa, più ripida dell’acciottolato di accesso.
Da qui, per anni, i giovani cittadini, avvolti in lunghe sciarpe o consumati dal gelo, osservarono con morbosa curiosità il paesaggio sottostante. Fu questo, inizialmente, un modo di passare il tempo, ma, poco a poco, divenne per loro un vizio e infine una specie di condanna, difficile da scontare.
Dall’alto, essi poterono osservare la desolazione e la tetraggine dei tetti delle case più in basso, immaginare la povertà e riempirsene gli occhi.
Gli umili abitanti delle abitazioni del quartiere basso vissero osservati perennemente da generazioni di ragazzi. Potemmo intuire che non godettero mai di una buona possibilità di visuale. In quell’anfratto, infatti, il quartiere finì, così come ogni escrescenza di vita spesso si estinse: confondendo il proprio tempo con lo spazio a disposizione.

III)

“È uno stile che fa scivolare una fetta di realtà, così com’è immaginata, dal vassoio della rappresentazione” brillavano i suoi occhi, nella foga improvvisata dell’espressione. Non era improvvisa la sua esternazione, perché la metafora era stata studiata con cura, nel tragitto che egli aveva percorso da casa fino al parco. Di pomeriggi oziosi, tra un bicchiere e l’altro, ne passava parecchi, parlando a voce bassa con gli estranei e infervorandosi in conversazioni con gli amici: oggi, invece, era solo.
“Ne abbiamo abbastanza di storie sugli stili, di originali stratagemmi per resuscitare i morti!” era la seconda frase che pronunciava immaginandosi un interlocutore capace di ribattere.
Bambini vocianti, voltandosi, gettavano monete nella fontana del Valentino. Il parco era pieno di persone, la serata era incominciata, un’atmosfera festosa covava sotto il cielo cinereo di quella mezza estate.
Vuotò il bicchiere e rimase a guardare la piazza, pensando all’arte e alle sue contraddizioni, mentre il tempo passava. Non aveva mai scritto una sola pagina, mai dipinto una tela, non sapeva cantare né suonare, non recitava.
“Osservo ciò che vedo, è questa la mia originalità” ripeteva spesso. Scrutava il mondo con i propri occhi e lo filtrava, attraverso immaginazione e sapienza, perché gli apparisse incasellato nelle opere d’arte che conosceva, nelle poesie che recitava a memoria, nelle musiche che ascoltava commosso.
Il bicchiere che aveva appoggiato sul tavolo era dipinto con cura, mostrava un fine gioco di luci. I suoi discorsi erano, proprio oggi, un manifesto d’avanguardia. Il vociare dei bambini era una cacofonia stridente, espressionista, che meravigliosamente accompagnava la chiusura del sipario su una notte stellata contemplata dal tavolino di un caffè.

Introduzione

Se salire e scendere lungo il dorso di un colle fosse come recarsi a una fonte, allora un compito faticoso porterebbe almeno un sorriso. Ma non ci sono fonti, e nemmeno pozze. Se fiumi di persone strepitanti sul selciato giungessero a una piazza, allora una facile meta consolerebbe almeno un poco. Ma non ci sono piazze, e nemmeno fontane.

Non c’è una timida brezza ad accarezzare il lago, né brume sottili a sfiorare le sponde. Soltanto rive esistono: dove tutto si accumula. Non hanno giusta collocazione parole esatte, e nemmeno segmenti rette frecce punti. L’indefinitezza trova dignità, in questa grammatica, nel breve tempo possibile.
E se, ancora poco fa, polvere non veniva pronunciata mai, basta un attimo e c’è polvere su tutte le cose, dettata e scritta – su muri che già non impolvera più, su opere prima condivise e poi scordate..
Per questo, timido è, per ora, il lago, sottile è il fango, giusta è la polvere, scritte sono tutte le cose!

Ivan Fassio


ottobre 15, 2010

Come plasmato
Dallo scosceso impeto
A lungo trattenuto
Della valanga,
Dall’immenso e remoto
Rullante del mare,
Dal celeste cratere
Generatore del vento.

Già accumulato in profondo
E insistente vibrato
Dell’aria in tensione,
Annunciando la carica
La foga impensata
Del tifone e l’urlare
Di vele scucite:
Violento tempesta.

Così il gesto
Scava nel foglio
Percuote la pietra
Incide cancella
Memorie dolore
Rilascia un esausto
Finale
Granello di brezza.

Ivan Fassio


agosto 28, 2009

 

So di essere spirito:

Respiro, sospiro, tremula

Anima d’acqua e sale.

Sogno incantato le stelle,

Piante, montagne e colline,

Fonti, mari, ruscelli ghiacciati.

 

In coro, dovremmo ripetere in coro:

Che questa non sia mai la realtà,

Rimanga per sempre

L’illusione che sembra, così!

 

Ho sognato la casa percorsa dal vento

Dove incontravo mio padre da giovane

In camere buie, cantine, dopo millenni

In cortili ombrosi, pieni di foglie, tra i pini.

Lo guardavo e tacevo e correvo.

Scappavo contento per poi rincontrarlo

Per stanze mai viste, a osservare i muri

Odorosi, scavati dall’acqua, umidi e scuri.

 

In coro, dovremmo ripetere in coro:

Che questa non sia mai la realtà,

Rimanga per sempre

L’illusione che sembra, così!

 

 

Ivan Fassio


luglio 23, 2009

Da anni s’apprende al grigio palazzo un sottile pulviscolo. Dalla rotaia metallico ricciolo schizza al passaggio del tram che scintilla. Ti mette paura di avercelo in bocca: un pezzo di ferro, una traccia residua. S’accumula, in aria più densa, particella da trapani, cantieri, ponteggi. Al sole la gomma si scioglie, si ripara il piccione all’ombra d’un vecchio balcone, becca briciole sporche, nerastre, tra penne che perde e suole di scarpe. Il mattone consuma, l’intonaco scrosta, spazzatura cuoce in bidoni scottanti, fuma un vapore acidulo, spesso. Si scheggia il legno sotto vernici fetenti, e il fiume non porta conforto, s’insinua tra rive stracolme di oggetti, che nessuno frequenta.
Il vecchio cammina indolente, l’udito risponde soltanto al fischietto del vigile, al clacson dell’auto. Talvolta osserva una chiesa, una statua, ma non sente campane, né suono d’organi, né processioni. Il vecchio conta i fili che tramano sulla città, ne vede migliaia: luce, tranvai, telefono; e immagina i tubi che crescono scuri di piombo dal sottosuolo alla grondaia: acqua, scarichi, gas, tra costruzioni anonime, penuria d’anime.

Ivan Fassio


maggio 19, 2009

 

Si sprofonda nella neve, in quel giorno che accatasta le ore gravi sotto al portico. Come tronco – è quella noia – che recinta il tepore delle carni fino a che s’appressi il sonno. Si restringe, s’assoda e si staglia pesante come un tempio, affinché il corpo intorpidisca nello stagno tra i canneti, alla luce della lampada, nella muffa del cuscino. Chi è il padrone di questa spossatezza, di questo luogo inumidito, di questa quiete indolenzita? Chi, in questa incomprensione, alterna lingue distanti, congiunge gioielli e vaghi presagi, mischia carte usando i dadi? Mentre precipito, nei lenti palpiti, in pesanti respiri immateriali, la grandine s’abbatte sul feroce deserto, frecce si conficcano sparendo sul balcone, la luce della mia stanza illumina e spolvera un solaio. Messaggi imbottigliati da un alito che appanna, da secoli tacevano riposti nel granaio: le tue intenzioni intrappolate esprimono i miei sensi – ne fanno un discorso di frasi interminabili, prolisse ed ostinate, svuotate di parole…

 

Ivan Fassio


Immolazione e offerta

maggio 19, 2009

 

Che cosa volete da me? Potete ripeterlo lentamente? Ma senza aspettarvi una risposta, sia chiaro. Voi, branco d’asini, persone civili, democratici, smorti, non avete coscienza neppure dell’irresponsabilità che vi portate al collo. Brulicate sui miei paesaggi come bestie in fondo all’oceano, attorcigliati ai vostri oggetti. Informi, umidi, l’occhio spento, incapaci d’ogni silenzio, incapaci d’ogni azione insensata, privi di voce, d’ironia, di parola. E tuttavia parlate. Idioti!

Non saggezza, non pazzia, non ebbrezza, non corpi e menti duttili che s’adattino coraggiosamente, tragicamente, al mondo circostante. Niente di rischioso, nulla di fantasioso. Conoscerete mendicanti menomati che sfidano pericolosi brutti ceffi in partite di biliardo, scommettendo denaro? Oppure falciatori silenziosi, in campi isolati, amanti dell’ombra e della quiete? Conoscerete persone votate all’incoscienza, oppure uomini che leggono perchè non hanno occhi, che scrivono perchè non hanno mani. Non crederete in loro, vero? Non li ascolterete, non riuscireste neppure a rapportarvi alla loro esistenza. Che cosa volete, dunque, da me?

Da bambino vedevo un pericolo, una sconosciuta presenza delirante paurosa dietro ogni cosa casa buio silenzio porta. Ebbene quella presenza ora sono io, mi nascondo nel mio corpo e voi non sapete mentre vi sto assassinando, voi non sapete che vi sto massacrando.

 

Realtà è l’impensabile

A chi sia indirizzata

Sapersi non ci è dato

Non bagliore o sprazzo 

A illuminarci mai.

Mai un vero triangolo

è stato realizzato.

Morte è il risaputo

L’accadere preciso

Cadere dall’albero

L’appuntamento.

Con disappunto lascio

Il pane a chi ha denti

E m’accontento di niente.

 

Ivan Fassio