Gran Finale

ottobre 3, 2009



Presente già passato

Se fosse destinato

Lo sarebbe al distaccato dalla sorte,

All’esiliato in ogni luogo

Della terra e della mente.


Libro canto spettacolo,

Questo gesto spezzato

Appena comprendiamo:

Che davvero non sia mai finita

Per chi è ferito a morte

Per chi è segnato a vita!


La tragedia a ripetizione

Di vivere in contraddizione

E’ categoria ampia, tetra,

Forse infinita, ognuno può rientrare.

Eppure fai un passo indietro

Mentre mi ascolti: di certo

Non risulti nell’elenco, non sei invitato,

A te, proprio a te,

Questo verso non è dedicato!


Ivan Fassio

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luglio 13, 2009

 

“Non credere, sempre fraintendere” ti ripeteva e non capivi, e fraintendevi.

In cima e in fondo sta il dolore, nel mezzo il valore aggiunto, il libero arbitrio, l’esercito delle parole.

S’ammucchiano sotto alla lingua, dietro alle palpebre, in fondo alle orecchie, nei pori e nel naso: le cose da dire.

 

Suono di fucile che si arma

Il fiato dalla spina traspira

Stringevi verità sottili

Nella scena che arrossiva.

 

Nella sera che arrossava

Serravi piano il chiavistello

Ti calavi nel maggengo

Lenta l’erba maceravi

Non pensavi.

 

_ . _ . _

 

 

Lungo viaggio nella sera autunnale, tra le braccia di antichi pensieri, mentre cupa la febbre ti guida. Alla finestra, in silenzio, tu e l’amico osservate un paesaggio mutare, i vecchi muri scrostarsi pian piano. Tra i viottoli stanchi, un campanile, giallognolo, si colora alla pioggia: il paese, acquoso, si riveste di nuovo.

Il vino che assaggi ha un gusto focoso, le tue labbra s’arrossano, i tuoi occhi si agitano. Languido, un dolce pallore ti purifica, ti beatifica.

L’amico ti scruta, assonnato, e ti offre un altro bicchiere.

Accettando, vedi scendere una notte stellata, in un battere d’ali stagliarsi all’orizzonte, incorniciata.

Curioso, la osservi stramazzare sul selciato.

 

Simpatia come religione

Ha le chiavi del paese

Libero ingresso al campanile.

 

Da fuori il tempo s’arresta

Quel tanto che può, nell’ora di festa:

Non ti lascia ferito un’assenza,

Del ricordo ti godi il silenzio.

_._._

 

 

 

 

 

S’interrogò sul mistero del genio del cuore, che frantuma strati di ghiaccio e li fa ribollire, e parlò di parole possedute e studiate. Lo ascoltavano tutti ma nessuno annuiva, lo ascoltavano ancora e già il primo dormiva.

 Mentre la sera tendeva alla notte e facili stelle congelavano piano, accavallava le gambe e indossava gli occhiali. Alba diafana o crepuscolo acceso?

Di questo sogno d’insonnia non ebbe il tempo di prendere nota: ballava la logica sulle parole stanche, belle e vere, calde appena morte – mentre il sonno ammaliava le palpebre.

 

I libri impolverati

Accatastati alle mie spalle

Ora odiavo

Con le mie forze da schiavo.

 

La sera era soltanto studiata

Mandata a memoria, laccata.

Mai avevo annusato

Il suo seno

Mai intuito il mistero

Scavato il terreno.

 _._._

 

 

Figura si muove, tra oscuri segnali, insicura. Corre, s’inceppa, ruzzola, cade ed incespica. Urla, bestemmia, s’arresta, sospira.

Ombra rincorre, al sole cocente, sparuta. S’allunga, si stira, rigonfia, assottiglia. Ritmica segue, comica inerme.

Figura s’incontra nel vetro di fronte, si specchia, si chiama, si trova una volta, due o tre, forse più. Figura si volta, mi vede, m’abbraccia, ricorda. Forse non parla, balbetta: non pensa, fischietta.

Figura ritorna, costretta, immagine netta si staglia, impaurita, sulla strada vecchia. Non sa di esistere, povera e stanca, e se anche sapesse, dubbia e penosa, non saprebbe perché.

Noi la sogniamo, la vediamo, chissà, talvolta speriamo, ma non la capiamo.

 

Testimonianza di noi

Sta cuocendo al sole

– Frigge nell’aria e balugina –

Come manifesto al muro

Che scioglie a sera

Il suo calore nell’afa.

 

Sgranando sillabe

Nel colmo imbarazzo

Intravedi brillare

Nel mezzogiorno irreale

Un’oasi del vero. 

 

 

 

Ivan Fassio

 


Momenti dell’oblìo

luglio 7, 2009
 
 
Momenti dell’oblìo
 
Composizioni di Ivan Fassio –
 
 
 
Deve darsi come incomprensibile, contorta e instabile questa lettera che scrivo a te, al mondo, al futuro. Questo passo di danza fuori tempo, questa voce tonante che si smorza, partitura franta che inciampa, discorso che passeggia sbieco e s’interrompe.
 
Da leggersi come disumana, così piano o così forte che non s’indovini un contenuto, che un messaggio – vana speranza – non riesca a trapelare.

Richiede uno sforzo appena, un coraggio da animale, una volta per sempre e poi mai più!

 

 

Sorvoli, perlustri

Ogni nostro canto

Ciò che è nostro di ogni giorno.

L’esamini, rifiuti, stringa, scruti.

 

Infinito giro di giostra

Che sia estasiante o estenuante o stremato

E infine a compassione almeno accenni

Se proprio preghiere non si danno

Ai nostri esangui fiati.

  

 

Ivan Fassio