RECUPERO DELL’ILLUSIONE: UN ESPERIMENTO

marzo 14, 2010

Continuamente e contemporaneamente, da ogni fronte, l’assassinio dell’illusione si compie.
Informazione e visibilità del sociale sono espanse: il mondo civile in perenne costruzione di senso, in perpetrata giustificazione di ogni volgarità, alla ricerca continua di rimedi per ogni mancanza.
Ogni messaggio, dietro la propria allettante apparenza, porta con sé finalmente una notizia certa: i limiti della realtà e della rappresentazione sono stati violati. Ogni messinscena s’affaccia, sconsolata, sul paesaggio della Verità e scende dal palcoscenico per condividere una poltrona nella prosa del mondo. Ogni riproduzione, esausta e querula, reclama la sua affinità all’originale, la sua immedesimazione con la matrice autentica.
L’oggetto – seducente – ha preso il sopravvento sul soggetto – un tempo indipendente, oggi assoggettato – e brilla nella sua staticità, nella sua indifferenza agli sguardi affascinati di desiderio.

RIFIUTO© (moderatamente tragico a posteriori)

Altre intenzioni
Muovono il dettato.
Elencando oggetti
In facile scrittura
In labile linguaggio
Non scrivi telegrammi
Ma progetti manifesti
Per dire a tutti e non a me
Ciò che io solo so sentire
Oltre a te – oscurato nel lavoro –
Che io continuo a immaginare.

L’iperreale, nella comunicazione e nell’arte, in un momento d’estasi della realtà, presenta l’oggetto in questa condizione di seduttore nolente. L’argomento – ideale o concreto -, focalizzato attraverso un medium, si offre voluttuosamente, nello scaltro gioco del progresso, al di là del bene e del male. Basta uno sguardo analitico, un cambio di prospettiva, un diverso scenario per percepire questi Paradisi materiali come altrettanti Inferni di individualità tradite, di biografie stereotipate.
L’espressione artistica, come processo di conoscenza, nella volontà di analisi e di critica del contemporaneo, non può che confrontarsi con tutti gli strumenti e le tecniche a disposizione.
La produzione di senso vive nella tensione e nel conflitto di una forma percepita come estranea, svuotata delle sue caratteristiche funzionali. Si piega al confronto con il sociale, affronta le sabbie mobili del terreno mediatico, si scontra con le infinite contraddizioni della fruizione da parte di un pubblico.

FATHER/FADER© (a crossover experience – life and death)

Morto un senso
Se ne fa un altro:
Da qui le parole
Iniziano a sognare
Per completare
Ciò che si doveva colmare
All’interno di chiunque.

Paolo “Jins” Gillone esplora i linguaggi della pubblicità, dell’informazione, cala i forti contenuti delle sue produzioni nei suadenti e ovattati registri della musica pop, dell’esistenza metropolitana, della lingua di tutti i giorni: messaggi radiofonici, slogan, fotografia e moda.
Family Affair propone un percorso negli avvenimenti biografici dell’artista in uno scenario che recupera la liricità e il mistero lacerati dalla comunicazione globale. Dal paradiso o dall’inferno dell’attualità gli argomenti riprendono soltanto il supporto per essere inviati. Come lettere provenienti da un mittente anonimo, questi messaggi contengono, tuttavia, il resoconto sentimentale di un’esistenza.
Il ricevente si trova di fronte a provocazioni aperte alla decifrazione del testo, in un gioco complesso, con l’aggiunta della pedina del vissuto irripetibile ed enigmatico.
Per un recupero dell’illusione perduta, per un inedito approccio lirico e personale, la parola dell’autore diventa segno – vuoto contenitore risonante attraverso le sue possibili amplificazioni – e non più oggetto che rispecchia magicamente il mondo.

SUNSET© (andante, poi allegro, ma non troppo )

La serenità
In negativo:
Lascia i colori
– Nel ricordo vivo –
Che avevano tramato
In scapigliato sortilegio
Per così tanta pace.
Delle sembianze di noi
Nulla rimane:
Soltanto l’alone
Ci macchia – malinconico –
Di quell’allegro crepuscolo.

Nelle intenzioni d’un tempo, la rappresentazione pronunciava univocamente la direzione da seguire nel discorso, qui il contenuto si fa strumento, davvero illusorio e arbitrario, adatto a creazione continua di significati. Il mistero della nascita, le analisi psicologiche dei rapporti tra uomo e donna, tra genitori e figli, ritornano in esperimenti video, fotografico/seriali, in una pittura che confonde – dopo l’intenso viaggio della creazione di uno stile – scrittura e immagine, tratto e colore.
Produzione costante di senso e indagine continua sul valore dei supporti costringono il fruitore a interrogarsi non solo sui significati, ma anche sui significanti dei messaggi poetici. Fino all’associazione inconscia viene spinto il livello di lettura del pubblico. L’arte figurativa ascende al grado di testimonianza universale non tanto per l’effettivo contenuto, quanto per il tentativo di recupero di un’esperienza immediata, non mediata in quanto vissuta, irriducibile alla civiltà istruita.
Difficilmente ripercorribile nei motivi biografici, l’opera conquista un territorio senza limiti: la vita vissuta sconfina nel dominio del globale, la critica sociale s’impasta nelle ragioni personali e nei percorsi dell’informazione. Ogni singola produzione riflette, senza giungere a una conclusione, come uno specchio, seducente per definizione. Riflette sull’accumulo di significati che, nel mondo odierno, rende possibile e insieme impossibile ogni creazione artistica.

DIO CITY© (original motion picture soundtrack)

Da quando imitavano
Un violino il ramo spezzato
Un tamburo il frullo del volo
Un fiato il morso di fame
Un plettro la frana d’un passo
Una voce la stretta di mano
Chissà quanto tempo
E’ passato. Da musiche
Create ad immagine,
Ad ogni sembianza
Un dio suo custode.
Ora ogni accordo
E’ soltanto un erede
Di altri più antichi.
Ora chi suona non pensa
Alla vita,
Pensa solo a suonare.

Ivan Fassio


Frammenti e Scritti Vari – Franz Kafka – I

luglio 14, 2009

 

 

Di che piangi, anima derelitta? Perché svolazzi intorno alla casa della vita? Perché non guardi lontano, verso il mondo che ti appartiene, invece di lottare quaggiù per ciò che è estraneo? Meglio una colomba viva sul tetto che, in mano, un passero mezzo morto, che si difende convulso.

 

Sotto ogni intenzione si acquatta la malattia come sotto una foglia d’albero. Se tu ti chini per vederla ed essa si sente scoperta, salta su, quella magra e muta malignità, e invece che schiacciata, vuol essere fecondata da te.

 

Esiste solo un punto d’arrivo, ma nessuna via; ciò che chiamiamo via non è che la nostra esitazione.

 

Siccome il bosco respira sotto il chiaro di luna, ora si contrae, diventa piccolo, fitto, gli alberi si ergono verso l’alto, ora si allarga, scivola giù lungo tutti i pendii, si fa basso cespugliame, meno ancora:lontano chiarore nebbioso.

 

Il mutismo è uno degli attributi della perfezione.

 

Lungo il viale, una persona non finita, il brandello di un impermeabile, una gamba, la tesa anteriore di un cappello, e la pioggia che si sposta rapida di qua e di là.

 

Che cosa ti disturba? Che cosa strappa gli ormeggi del tuo cuore? Che cosa va tastando la maniglia della tua porta? Che cosa ti chiama dalla strada senza voler entrare dal portone spalancato? Ahimè, è proprio colui che tu disturbi, del quale strappi gli ormeggi del cuore, della cui porta vai tastando la maniglia, che tu chiami dalla strada e attraverso il cui portone spalancato tu non vuoi entrare.

 

Avvolgi il tuo mantello, alto sogno, intorno al bambino.

 

Il pensiero giudicante saliva tormentoso attraverso i dolori, aumentando lo strazio e non portando alcun sollievo. Come se in una casa che sta per essere distrutta dalle fiamme ci si ponesse per la prima volta il problema della sua architettura.

 

Raccolti i resti.

Le membra , beatamente, sciolte,

le ginocchia rilassate

sotto il balcone al chiaro di luna.

Sullo sfondo un po’ di fogliame,

nerastro come capelli.

 

Il relitto di un naufragio, caduto in acqua nuovo e bello, dilavato e avvilito per anni e anni, finalmente sfatto.

 

E’ un mandato. Secondo la mia natura, posso assumere solo un mandato che nessuno mi ha imposto. In questa contraddizione, sempre e soltanto in una contraddizione io posso vivere. Ma tutti, in fondo, giacché vivendo si muore e morendo si vive. Così come, ad esempio, il circo è attorniato da un  telone, per cui nessuno che non sia dentro di esso può vedere qualcosa. Qualcuno, però, trova un forellino nel telone e così può vedere anche da fuori. Naturalmente, se ce lo lasciano stare. Tutti noi ci lasciano stare lì per qualche istante. Naturalmente – secondo “naturalmente” – in genere da un simile forellino si vedono soltanto le schiene degli spettatori in piedi. Naturalmente – terzo “naturalmente” – la musica si sente comunque, e anche le voci degli animali. Finché si cade svenuti di terrore tra le braccia del poliziotto che ha l’incarico di girare intorno al circo e che ti ha solo battuto leggermente sulla spalla, per farti notare quanto sia sconveniente che tu guardi con tanta avidità senza aver pagato un soldo.

 

Franz Kafka, Frammenti e Scritti Vari (Traduzione Italiana di Ervino Pocar)


Jean Baudrillard – “Taccuini 1990-95”

luglio 2, 2009

 

Tranciare coi propri denti l’ultimo cordone ombelicale con il reale, mentre le unghie si conficcano nella memoria, nel silenzio assoluto, e le mosche violano senza sosta il nostro spazio aereo. Non è l’illusione che dissimula la realtà. E’ la realtà che dissimula il fatto che non c’è. __________________________________________________________________________

Quindici anni dopo ho assistito, per una sollecitazione quasi casuale, al risorgere d’una lingua straniera, apparentemente caduta nell’oblio, ma che è riemersa spontaneamente in superficie con le proprie costruzioni, le proprie sottigliezze – una situazione da sogno! Sfortunatamente, è come per le mummie egiziane: una volta riesumate, si decompongono rapidamente. __________________________________________________________________________

La storia del traduttore cleptomane: tutti i gioielli, i candelabri, gli oggetti di valore sparivano dal testo che stava traducendo

__________________________________________________________________________

Per la scrittura è come per il resto: bisogna andare più veloci della propria ombra. E’ una specie di atto riflesso, che è finito ancora prima di cominciare. E che non lascia tracce (quando è riuscito). Perché è l’oggetto che fa in qualche modo il lavoro. Perché le cose trovano da sole la loro articolazione. Ma la contropartita di questa specie di scrittura automatica, fatta di concatenazioni senza sforzi, che realizza quella che era l’esistenza stessa – la contropartita è un passaggio all’atto man mano sempre più difficile. Non è assolutamente vero che l’esperienza di scrivere o di parlare ne facilita l’esercizio. Lo rende sempre più angosciante. __________________________________________________________________________

La scrittura frammentaria è in fondo la scrittura democratica. Ogni frammento gode di una uguale distinzione. Il più banale trova il proprio lettore eccezionale. Ciascuno, uno per volta, ha diritto al proprio momento di gloria. Sicuramente, ogni frammento potrebbe diventare un libro. Ma per l’appunto non lo farà poiché l’ellissi è superiore alla linea diritta. Ma anche per pigrizia: non si ha diritto di sprecare il tempo in scopi inutili, sarebbe come sfruttare se stessi per scopi inutili. E anche per compassione verso le parole, che sono già state così utili. __________________________________________________________________________

Colpo su colpo: la radiografia della mia pattumiera – il ritratto a scanner del mio codice genetico – l’inventario fotografico della mia vita quotidiana. In ogni caso: un’analisi senza volto. Lo specchio derisorio della vostra identità perduta , delle vostre deiezioni e del dettaglio futile della vostra vita – identificazione forzata, investigazione poliziesca , oscena quanto l’analisi delle urine o la psicanalisi, di cui tutti questi approcci sono varianti tecniche e degradate. Estetizzazione generale dei residui. Vestigia della magia, la cui potenza riposa nella disposizione delle tracce e degli scarti, delle unghie, dei capelli e delle cellule morte dell’altro. Ma che cosa resta del sortilegio arcaico? __________________________________________________________________________

La fine della vostra vita è un libro supremo Che non si può né chiudere né riaprire a propria scelta Ci piacerebbe conservare le pagine che amiamo Ma l’ultima già si sfoglia sotto le nostre dita __________________________________________________________________________

Il fascino delle notti bianche, è l’idea che l’indomani non sorgerà il giorno. E’ l’idea di prolungare la notte e il tempo come in una illusione pura, come nel sonno e nel sogno, ma allo stesso tempo senza perdere coscienza. __________________________________________________________________________

Il grado zero del disordine e dell’avvenimento. Il punto d’un miracoloso equilibrio totale. Tutti gli affetti disposti in ordine nel vuoto dell’anima. Tutte le funzioni disposte in ordine nel vuoto del corpo. Silenzio del corpo e immobilità del mondo intorno a sé. Si può sognare di dare vita a questa situazione e farne una somma di dettagli insignificanti. Ma senza posa un dettaglio riprende un’importanza smisurata e annulla ogni sforzo. __________________________________________________________________________

Sogno. Gli alberi, i ceppi, i tronchi interi attraversano il cielo orizzontalmente, ritorti nel flusso aereo di vento immobile. Essi discendono il cielo come fosse la corrente d’un fiume, i rami si rompono e galleggiano trascinati come relitti. Gli alberi ora abbattuti, ora sradicati sembrano i superstiti d’un tornado. Tutti sono testimoni di questo fenomeno, ma nessuno ne è davvero sorpreso.

 

Jean Baudrillard, Fragments. Cool Memories III, 1990-95


Due poesie di Guido Gozzano

giugno 26, 2009
Il sogno cattivo

Se guardo questo pettine sottile
di tartaruga e d’oro, che affigura –
opera egregia di cesellatura –
un germoglio di vischio in novo stile,

risogno un sogno atroce. Dal monile
divampa quella gran capellatura
vostra, fiammante nella massa oscura.
E pur non vedo il volto giovenile.

Solo vedo che il pettino produce
sempre capelli biondo-bruni e scorgo
un cielo fatto delle loro trame:

un cielo senza vento e senza luce!
E poi un mare… e poi cado in un gorgo
tutto di bande di color di rame.

Guido Gozzano, da LA VIA DEL RIFUGIO

Il gioco del silenzio

Non so se veramente fu vissuto
quel giorno della prima primavera.
Ricordo – o sogno? – un prato di velluto,
ricordo – o sogno? – un cielo che s’annera,
e il tuo sgomento e i lampi e la bufera
livida sul paese sconosciuto…

Poi la cascina rustica sul colle
e la corsa e le grida e la massaia
e il rifugio notturno e l’ora folle
e te giuliva come una crestaia,
e l’aurora ed i canti in mezzo all’aia
e il ritorno in un velo di corolle…

– Parla! – Salivi per la bella strada
primaverile, tra pescheti rosa,
mandorli bianchi, molli di rugiada…
– Parla! – Tacevi, rigida pensosa
della cosa carpita, della cosa
che accade e non si sa mai come accada…

– Parla! – seguivo l’odorosa traccia
della tua gonna… Tutto rivedo
quel tuo sottile corpo di cinedo,
quella tua muta corrugata faccia
che par sogni l’inganno od il congedo
e che piacere a me par che le spiaccia…

E ancor mi negasti la tua voce
in treno. Supplicai, chino rimasi
su te, nel rombo ritmico e veloce…
Ti scossi, ti parlai con rudi frasi,
ti feci male, ti percossi quasi,
e ancora mi negasti la tua voce.

Giocosa amica, il Tempo vola, invola
ogni promessa. Dissipò coi baci
le tue parole tenere fugaci…
Non quel silenzio. Nel ricordo, sola
restò la bocca che non diè parola,
la bocca che tacendo disse: Taci!…

Guido Gozzano da I COLLOQUI


maggio 22, 2009

“Deleuze produce una storia della filosofia come un collage, con frammenti dell’uno e dell’altro filosofo, utilizzati senza rispetto né coscienza del sacrilegio (…) come nelle finzioni borgesiane, i filosofi vengono messi in scena leggendari e a-storici”

Michel Cressole, Deleuze

 

E’ la filosofia non come pensiero ma come teatro: teatro di mimi dalle scene multiple, fuggevoli ed istantanee, dove i gesti, senza vedersi, si fanno segni: teatro in cui, sotto la maschera di Socrate, sfolgora improvviso il riso del sofista…

M.Foucault, Theatrum Philosophicum

 


maggio 22, 2009

Dire qualcosa a nome proprio è un fatto molto curioso; perchè non è affatto nel momento in cui ci si ritiene un io, una persona o un soggetto che si parla a proprio nome. Al contrario, un individuo acquista un vero nome proprio al termine del più severo esercizio di spersonalizzazione, quando si apre alle molteplicità che lo attraversano da parte a parte, alle intensità che lo percorrono.

Gilles Deleuze, Lettre à Michel Cressole


maggio 22, 2009

E’ tempo di abbandonare il mondo civile e la sua luce. E’ troppo tardi per tenerci a essere ragionevoli e istruiti – questo ci ha portati a una vita senza fascino. Segretamente o no, è necessario diventare tutt’altri o cessare di essere.
Il mondo al quale siamo appartenuti non propone niente da amare fuori dall’insufficienza individuale di ciascuno: la sua esistenza si limita alla sua comodità. Un mondo che non può essere amato da morire – allo stesso modo che un uomo ama una donna – rappresenta solo l’interesse e l’obbligo del lavoro. Se paragonato ai mondi scomparsi, è orribile e appare come il più mancato di tutti. Nei mondi scomparsi, è stato possibile perdersi nell’estasi, cosa che è impossibile nel mondo della volgarità istruita.

(Georges Bataille, Il Labirinto)