Nel tempo del contrabbando

A questa scrittura assoggettarsi, mai soggetto della stessa. Soggiogato dall’impero, non sapersi più riflesso. Ascendente questo angolo di pelago, tra i sudari e le veroniche. Un copricapo per il caldo, levato per la messa. Anni d’assenza, specchi infranti, aperte le finestre. Sulla strada dell’orto, tra lavanda e maggiorana, il riverbero cicala. Tradizione antica per un vento leggero, una povera patria.

Partire, prima, in veste di ambascia, in fiamme i calzari, e la gloria descrivere. Comporre in marcia continua, senza parlare, un precario abitare a picco su scogli, nel tempo del contrabbando. Vivere ladro e servo di dio, ribadire i confini del mondo e scandirli nel viaggio, seguendo la spiaggia. Coraggio riprendere, per restare lontano da casa, per cedere un limite al giorno.

Da rive deserte lo scoprirsi del tufo, le radici della vite longeva. Antri silenti rivisitare, e la mensa del monastero. Rivedere, al ritorno, un orlo ricamo impresso su tazza, la caraffa d’argilla sul davanzale.

Ivan Fassio

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