Un Canovaccio per la Messa in Scena di “Teatro della Memoria 1966-2011” di Ezio Gribaudo

Un Canovaccio per la Messa in Scena di
Teatro della Memoria 1966 – 2011 di Ezio Gribaudo

Porre sulla tela le coordinate di un accecamento è azione scenica di grande coraggio. Un nuovo alfabeto potrebbe nascere e proliferare da questa geografia, fino ad amalgamarsi in drammaturgie sensibili, liberate dalle catene del pretesto letterario.
Il palco è, in questo caso, lo spazio di un quadro. Attori sono lettere e simboli, carte e disegni, algidi paesaggi: il loro destino non è la recitazione, ma il rilievo. La capacità di comunicare sta nella fisicità che il regista ha voluto donare loro, mettendoli – letteralmente – in scena, facendoli indugiare e fluttuare a filo della ribalta. Le prove sono state svolte in silenzio, nella penombra, dirette dalla mano dell’artista: unica testimonianza tattile della nascita dello spettacolo. La scenografia esige il bianco, il negativo degli occhi chiusi e della cecità. L’illuminazione colpisce in modo uniforme l’intera rappresentazione ed è intensa, abbagliante, perturbante. La vista debutta, come travagliato personaggio, proprio a teatro, luogo che da lei prende il nome. Gli spettatori vedono, in cruda luce, ciò che dovrebbero sentire sui polpastrelli e, allo stesso tempo, si concedono alla consistenza della visione. Nuove immagini sono create per loro, emerse dalla memoria dell’artista, arbitrarie e inquiete. Questi segni simulano la struttura della percezione, recitano la parte degli organi in un’anatomia della sensazione: i rami riversano linfa sulle foglie dei sensi, un drappeggio di carte scivola dalla scrivania, un giardino si risveglia nella magia di una nevicata.

 

 

 

Ivan Fassio

 

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