I)

La mia visita alla città si svolgeva, quasi ogni mattina, in uno stato di dormiveglia. Partivo come uno sconsiderato, le mani in tasca, in cerca di nulla, costretto dall’abitudine. Niente in prospettiva, nessun suono; tuttora mi è impossibile ricordare come percepissi gli scenari iniziali del mio vagare: forse il malato blu di fogne a cielo aperto, o l’aria polverosa del tappeto sbattuto sul davanzale. Fiordalisi e zolle indurite, l’ardore della campagna e i profumi delle pasticcerie: ciò che la mente farfugliava dopo il piacere del sonno.
La mia tentazione di concentrazione su scorci, colori, particolari era, tuttavia, troppo forte. Una salita e un muretto e, d’un tratto, il respiro s’apriva, come forbice, su un angolo inaspettato. La familiarità di un parco, la tranquillità delle panchine e lo scrollare di una campana nella basilica mi colpivano, forse. I rumori mi ferivano: le rotaie, le code, i cantieri stridevano. Tornavo dalla passeggiata spossato: era la vita! In preda ad un’inquietudine indescrivibile, rincasavo velocemente, parlando spesso e ad alta voce. Il ricordo era stato catturato e nulla, ancora, rimaneva. Chiuso il cerchio, i battenti si chiudevano alle mie spalle, ero certo di avere imparato qualcosa, di sapere, di creare.
La casa aveva già patito la mia assenza, gli oggetti giacevano immobili e avevano perso ogni sentore di vita. Velocemente aprivo le finestre. Il pavimento e gli armadi esalavano foschia, i lavandini cantavano, lampadari e vasi si stagliavano in fioca luce. Tutto avveniva nella freschezza di una salute ritrovata. Lenzuola e cuscini si ravvivavano miracolosamente. Avrei rischiato di perderli, se l’odore del caffè caldo non mi avesse risvegliato.

II)

Così come fu creato, il quartiere rimase. Non ebbe mai sponde. I panorami che i suoi abitanti osservarono dalle finestre scivolarono, ogni volta, sullo stesso pendìo che mai fu sostenuto da mura, che a lungo accolse il roveto e che infine conobbe il gerbido, per sempre.
All’occhio dello straniero che arrivò dal centro della città, la zona apparve costantemente nelle sembianze di un borgo composto di quattro, cinque casamenti. Dopo la strada in salita, costeggiata da lampioni e pali della luce, la cima si aprì, per gli abitanti e per i viaggiatori più attenti, su un ampio spazio e su una successiva discesa, più ripida dell’acciottolato di accesso.
Da qui, per anni, i giovani cittadini, avvolti in lunghe sciarpe o consumati dal gelo, osservarono con morbosa curiosità il paesaggio sottostante. Fu questo, inizialmente, un modo di passare il tempo, ma, poco a poco, divenne per loro un vizio e infine una specie di condanna, difficile da scontare.
Dall’alto, essi poterono osservare la desolazione e la tetraggine dei tetti delle case più in basso, immaginare la povertà e riempirsene gli occhi.
Gli umili abitanti delle abitazioni del quartiere basso vissero osservati perennemente da generazioni di ragazzi. Potemmo intuire che non godettero mai di una buona possibilità di visuale. In quell’anfratto, infatti, il quartiere finì, così come ogni escrescenza di vita spesso si estinse: confondendo il proprio tempo con lo spazio a disposizione.

III)

“È uno stile che fa scivolare una fetta di realtà, così com’è immaginata, dal vassoio della rappresentazione” brillavano i suoi occhi, nella foga improvvisata dell’espressione. Non era improvvisa la sua esternazione, perché la metafora era stata studiata con cura, nel tragitto che egli aveva percorso da casa fino al parco. Di pomeriggi oziosi, tra un bicchiere e l’altro, ne passava parecchi, parlando a voce bassa con gli estranei e infervorandosi in conversazioni con gli amici: oggi, invece, era solo.
“Ne abbiamo abbastanza di storie sugli stili, di originali stratagemmi per resuscitare i morti!” era la seconda frase che pronunciava immaginandosi un interlocutore capace di ribattere.
Bambini vocianti, voltandosi, gettavano monete nella fontana del Valentino. Il parco era pieno di persone, la serata era incominciata, un’atmosfera festosa covava sotto il cielo cinereo di quella mezza estate.
Vuotò il bicchiere e rimase a guardare la piazza, pensando all’arte e alle sue contraddizioni, mentre il tempo passava. Non aveva mai scritto una sola pagina, mai dipinto una tela, non sapeva cantare né suonare, non recitava.
“Osservo ciò che vedo, è questa la mia originalità” ripeteva spesso. Scrutava il mondo con i propri occhi e lo filtrava, attraverso immaginazione e sapienza, perché gli apparisse incasellato nelle opere d’arte che conosceva, nelle poesie che recitava a memoria, nelle musiche che ascoltava commosso.
Il bicchiere che aveva appoggiato sul tavolo era dipinto con cura, mostrava un fine gioco di luci. I suoi discorsi erano, proprio oggi, un manifesto d’avanguardia. Il vociare dei bambini era una cacofonia stridente, espressionista, che meravigliosamente accompagnava la chiusura del sipario su una notte stellata contemplata dal tavolino di un caffè.

Introduzione

Se salire e scendere lungo il dorso di un colle fosse come recarsi a una fonte, allora un compito faticoso porterebbe almeno un sorriso. Ma non ci sono fonti, e nemmeno pozze. Se fiumi di persone strepitanti sul selciato giungessero a una piazza, allora una facile meta consolerebbe almeno un poco. Ma non ci sono piazze, e nemmeno fontane.

Non c’è una timida brezza ad accarezzare il lago, né brume sottili a sfiorare le sponde. Soltanto rive esistono: dove tutto si accumula. Non hanno giusta collocazione parole esatte, e nemmeno segmenti rette frecce punti. L’indefinitezza trova dignità, in questa grammatica, nel breve tempo possibile.
E se, ancora poco fa, polvere non veniva pronunciata mai, basta un attimo e c’è polvere su tutte le cose, dettata e scritta – su muri che già non impolvera più, su opere prima condivise e poi scordate..
Per questo, timido è, per ora, il lago, sottile è il fango, giusta è la polvere, scritte sono tutte le cose!

Ivan Fassio

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