Pretesti per una Meta. I Velieri di Ezio Gribaudo

Abbiamo coscienza del mondo intero solo attraverso immagini: ingegnoso congegno, codice da decifrare, immenso teatro, ingranaggio d’orologio, perturbante labirinto, terra incognita per eccellenza. Siamo imprigionati nell’apparato della rappresentazione e, nei tentativi di giungere a un concetto, il nostro linguaggio seleziona soltanto ciò che possiamo tradurre in esperienza. La nuda verità, oltre il confine della sua muta dimora, si realizza in noi attraverso un giro di parole. Se svelato, un tale avvicinamento – percepito ingenuamente come possesso – ci lascia senza fiato.
Ogni metafora è un trasferimento – attraverso funi tese all’organo dell’immaginazione e nodi di storie condensate – di ciò che non possiamo esprimere, una sostituzione di una pausa per mezzo di un ingannevole ricorso alle dimostrazioni dei nostri sensi. Conosciamo per imitazione e le similitudini sono espedienti che fondano e articolano il pensiero. Se ciò che vogliamo manifestare è inconoscibile, allora non è possibile barattare l’insufficienza di un concetto. Non è consentito accontentarsi di un significato di passaggio o di una coordinata provvisoria in attesa della sopraggiunta proprietà di un termine completamente adeguato. In questo caso, metafora e idea coincidono e le corrispondenze tra parole, immagini e sensazioni si elevano a rapporti stretti che attraversano la storia.
L’esistenza, l’irrappresentabile cominciamento di questa serie di rappresentazioni, è avvicinata attraverso le parole del viaggio: indagine complessa, inquieta ricerca, approdo o abbandono, naufragio, ritorno verso casa, percorso a ritroso, meta agognata. Nell’archeologia dei nostri tentativi di definizione, la vita si configura spesso come una navigazione a tappe. Siamo a bordo di una nave – un insieme di strumenti che ci trasporta: il linguaggio. Se la barca si guasta, non troviamo appigli nel mondo esterno. Possiamo ricostruire soltanto dall’interno e durante il lavoro rimaniamo sulla vecchia struttura e lottiamo contro violenti temporali e onde impetuose. Modifichiamo, adeguiamo il nostro scafo riutilizzando travi dell’imbarcazione stessa o legni alla deriva, i risultati di precedenti naufragi e fallimenti. Non si esce dal linguaggio e dai suoi fondamenti: sono tutto ciò che abbiamo per interrogare il mistero. Nessun esilio è stato mai concesso, isole o galere non ci potrebbero mai allontanare da questa condanna.
I velieri di Ezio Gribaudo frequentano inizialmente la calma piatta e il sole a picco di acque placide, nell’oblìo della rotta e di ogni possibile traguardo. Montagne d’acqua debordanti di realtà, attraverso intricate e mutevoli correnti, parlano all’uomo un idioma chiaro e preciso. Le navi percepiscono la minaccia del maltempo, i segnali raggelanti che la natura lascia trapelare. Lottano in balìa dell’uragano, ricreate a somiglianza dell’uomo: le mani dell’equipaggio, in estrema prova di sopravvivenza, tese a tappare le crepe in cui la rappresentazione scivola per lasciare posto all’onda. L’elemento primordiale nega la scena, in un percorso teatrale che prende avvio da una sceneggiatura impressa in cieli immobili, origine e mappa della metafora. Il verbo passerà attraverso la pregnanza della realtà – soli rossi o neri, lune che si confondono nelle forme delle vele, acque scure sotto i riflessi del meriggio – per spegnersi nel gesto umano e svelare crudamente la prigione della carne, per ritornare al vitale brulicare dei fondali.
Le imbarcazioni non si liberano dall’abisso indifferenziato, da questo oceano di continue variazioni sul tema. Presentano diversità intuibilmente infinite che tracciano, tuttavia, un piano di immanenza sulla superficie increspata del reale. Si fanno voluminose e accolgono le stratificazioni della nostra coscienza, nel coraggioso tentativo di affrontare l’indicibile. Altre navi, più opache, continueranno il viaggio e l’euforìa dello scampato pericolo sarà pretesto per un’altra meta.

Ivan Fassio

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