Testimonianze del Viaggio. I Cavalli di Ezio Gribaudo (Uno scritto e quattro poesie)

Abbiamo, fissate nella memoria, un’immagine di noi e un’immagine del mondo. Non ci abbandonano mai, pur modificandosi continuamente. Prendono vita e si sostentano attingendo da una scena originaria, alla quale noi apparteniamo.
Come cavalieri senza macchia, lancia in resta, queste figure ideali si abbattono sull’esperienza ma, nel momento dell’impatto, anziché accartocciarsi, sbarrano gli occhi e scartano. Se il viaggio continua, mai un cavaliere sarà disarcionato e sempre il suo cavallo guadagnerà terreno nei confronti del mondo delle idee. In ogni istante, infatti, i nostri sensi correggono il tiro, spostano il bersaglio della folle corsa e adeguano al reale le nostre creazioni immaginarie. In palio sarebbe la verità, inconoscibile quanto desiderata, che ci conduce attraverso una strada tortuosa e impraticabile. Questo itinerario obbligato percorre infinitamente e inesorabilmente i sentieri della sconfitta o dell’abbandono.
Ogni conoscenza è fallimento dell’aspettativa che l’ha preceduta e ogni fallimento è valore aggiunto nel drammatico e mai concluso venire alla luce del ricordo. La memoria nasce dall’azione teatrale tra le immagini protagoniste del nostro pensiero e una realtà inevitabilmente antagonista. Nella breccia spalancata da questa tensione noi esistiamo, in una continua nascita, imperfetti e tuttavia sempre rinnovati. Quando ricordiamo e quando sogniamo, soltanto, riusciamo a recuperare parte dei nostri schemi originari, in cui incontrare ancora le immagini antiche e poterle accarezzare mentre, trasformandosi, sfioriscono.
L’opera di Ezio Gribaudo ha, da sempre, esplorato il ricordo come struttura della coscienza: grande lago dell’esistenza dal quale affiorano, immobili in acque stagnanti oppure tratti dal vortice dell’onda, immagini materie suoni che i sensi hanno impresso nella nostra mente. Un’archeologia della memoria individuale e collettiva si intreccia indissolubilmente alla parola, svuotata dai concetti e presentata nella sua simbolicità significante. La rappresentazione si ripiega su bestiari, collages, alberi, fiori, pagine e stampe, simboli e stemmi. L’uomo è estromesso da questo teatro delle meraviglie. Rimane spettatore di uno scenario futuribile in cui della civiltà restano rinvenibili soltanto le tracce rese ormai insignificanti dal tempo, affastellate in una nuova partitura: quietata e silente. Tutto è sottratto alla Storia e riproposto in una prospettiva pre-storica, slegato dal fatto compiuto: poetica del significato mancato in un orizzonte di eternità. Il messaggero cavalca ancora ma le notizie che avrebbe dovuto consegnare hanno perso, con il tempo, la capacità di comunicare informazioni condivisibili.
Il cavallo intreccia, per la valenza simbolica che porta con sé, un dialogo privilegiato con l’intero percorso artistico di Ezio Gribaudo. Traghettatore dei sogni e dell’inconscio, simbolo di energia vitale, istintività e aristocrazia dell’animo, il cavallo è testimone inconsapevole del viaggio, struttura del ritorno. Esiste in un universo di pause musicali, nelle linee di confine del giorno, nelle praterie spazzate dal vento dell’essenza. È così vicino al concetto di assenza – spirito nomade, incontro casuale, simulacro evanescente – che la sua rappresentazione si moltiplica ed evapora continuamente sui paesaggi della memoria.

I)
Sorvoli, perlustri
Ogni nostro canto
Ciò che è nostro di ogni giorno.
L’esamini, rifiuti, stringa, scruti!

– Che i cavalli della mattinata
In lontananza
Sulle risposte veglino pacati! –

Infinito giro di giostra
Che sia estasiante estenuante stremato
E infine a compassione almeno accenni
Se proprio preghiere non si danno
Ai nostri esangui fiati.

II)
Il valore del decoro
A grezzi materiali
È spesso affratellato
O scoperti in parte
O violenti e colorati.
Che risalti ogni aggiunta
Si scopra incantato
Ogni singolo strato.
Che sorprendano
– Villano impreparato –
L’occhio del pagano!
Perché lo sguardo
Cavalcando l’illusione
Possa sognare
Ricordare
La crudeltà dell’intenzione.

III)
Queste mura hanno le orecchie
Per il pubblico che accorre:
Scalpiccìo sullo sterrato
Carrozze sull’acciottolato
Colorato strepitìo del palio.
Più che occhi hanno le orecchie:
Queste mura, mai uguali,
Hanno udito per stagioni
Stesse repliche
Trite Musiche
Logorare i tasti
Di macchine da scrivere.
Ne sono segnate, tristi.

S’intravedono le quinte
Di questo palcoscenico
Per teatranti imbonitori
E il suggeritore che hai scovato
Già arrossisce
Acquattato nella botola.

IV)
Cavalcavo
L’orizzonte
Del ritorno
Osservavo
Le cose
Far giorno
Non somigliavano
A niente
Non somigliavano
Più

Ivan Fassio

Ivan Fassio

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One Response to Testimonianze del Viaggio. I Cavalli di Ezio Gribaudo (Uno scritto e quattro poesie)

  1. Von Klaus ha detto:

    UUUUUUUUUUrca che spasmo, eeeeeeeeevai ii !!!!

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