RECUPERO DELL’ILLUSIONE: UN ESPERIMENTO

Continuamente e contemporaneamente, da ogni fronte, l’assassinio dell’illusione si compie.
Informazione e visibilità del sociale sono espanse: il mondo civile in perenne costruzione di senso, in perpetrata giustificazione di ogni volgarità, alla ricerca continua di rimedi per ogni mancanza.
Ogni messaggio, dietro la propria allettante apparenza, porta con sé finalmente una notizia certa: i limiti della realtà e della rappresentazione sono stati violati. Ogni messinscena s’affaccia, sconsolata, sul paesaggio della Verità e scende dal palcoscenico per condividere una poltrona nella prosa del mondo. Ogni riproduzione, esausta e querula, reclama la sua affinità all’originale, la sua immedesimazione con la matrice autentica.
L’oggetto – seducente – ha preso il sopravvento sul soggetto – un tempo indipendente, oggi assoggettato – e brilla nella sua staticità, nella sua indifferenza agli sguardi affascinati di desiderio.

RIFIUTO© (moderatamente tragico a posteriori)

Altre intenzioni
Muovono il dettato.
Elencando oggetti
In facile scrittura
In labile linguaggio
Non scrivi telegrammi
Ma progetti manifesti
Per dire a tutti e non a me
Ciò che io solo so sentire
Oltre a te – oscurato nel lavoro –
Che io continuo a immaginare.

L’iperreale, nella comunicazione e nell’arte, in un momento d’estasi della realtà, presenta l’oggetto in questa condizione di seduttore nolente. L’argomento – ideale o concreto -, focalizzato attraverso un medium, si offre voluttuosamente, nello scaltro gioco del progresso, al di là del bene e del male. Basta uno sguardo analitico, un cambio di prospettiva, un diverso scenario per percepire questi Paradisi materiali come altrettanti Inferni di individualità tradite, di biografie stereotipate.
L’espressione artistica, come processo di conoscenza, nella volontà di analisi e di critica del contemporaneo, non può che confrontarsi con tutti gli strumenti e le tecniche a disposizione.
La produzione di senso vive nella tensione e nel conflitto di una forma percepita come estranea, svuotata delle sue caratteristiche funzionali. Si piega al confronto con il sociale, affronta le sabbie mobili del terreno mediatico, si scontra con le infinite contraddizioni della fruizione da parte di un pubblico.

FATHER/FADER© (a crossover experience – life and death)

Morto un senso
Se ne fa un altro:
Da qui le parole
Iniziano a sognare
Per completare
Ciò che si doveva colmare
All’interno di chiunque.

Paolo “Jins” Gillone esplora i linguaggi della pubblicità, dell’informazione, cala i forti contenuti delle sue produzioni nei suadenti e ovattati registri della musica pop, dell’esistenza metropolitana, della lingua di tutti i giorni: messaggi radiofonici, slogan, fotografia e moda.
Family Affair propone un percorso negli avvenimenti biografici dell’artista in uno scenario che recupera la liricità e il mistero lacerati dalla comunicazione globale. Dal paradiso o dall’inferno dell’attualità gli argomenti riprendono soltanto il supporto per essere inviati. Come lettere provenienti da un mittente anonimo, questi messaggi contengono, tuttavia, il resoconto sentimentale di un’esistenza.
Il ricevente si trova di fronte a provocazioni aperte alla decifrazione del testo, in un gioco complesso, con l’aggiunta della pedina del vissuto irripetibile ed enigmatico.
Per un recupero dell’illusione perduta, per un inedito approccio lirico e personale, la parola dell’autore diventa segno – vuoto contenitore risonante attraverso le sue possibili amplificazioni – e non più oggetto che rispecchia magicamente il mondo.

SUNSET© (andante, poi allegro, ma non troppo )

La serenità
In negativo:
Lascia i colori
– Nel ricordo vivo –
Che avevano tramato
In scapigliato sortilegio
Per così tanta pace.
Delle sembianze di noi
Nulla rimane:
Soltanto l’alone
Ci macchia – malinconico –
Di quell’allegro crepuscolo.

Nelle intenzioni d’un tempo, la rappresentazione pronunciava univocamente la direzione da seguire nel discorso, qui il contenuto si fa strumento, davvero illusorio e arbitrario, adatto a creazione continua di significati. Il mistero della nascita, le analisi psicologiche dei rapporti tra uomo e donna, tra genitori e figli, ritornano in esperimenti video, fotografico/seriali, in una pittura che confonde – dopo l’intenso viaggio della creazione di uno stile – scrittura e immagine, tratto e colore.
Produzione costante di senso e indagine continua sul valore dei supporti costringono il fruitore a interrogarsi non solo sui significati, ma anche sui significanti dei messaggi poetici. Fino all’associazione inconscia viene spinto il livello di lettura del pubblico. L’arte figurativa ascende al grado di testimonianza universale non tanto per l’effettivo contenuto, quanto per il tentativo di recupero di un’esperienza immediata, non mediata in quanto vissuta, irriducibile alla civiltà istruita.
Difficilmente ripercorribile nei motivi biografici, l’opera conquista un territorio senza limiti: la vita vissuta sconfina nel dominio del globale, la critica sociale s’impasta nelle ragioni personali e nei percorsi dell’informazione. Ogni singola produzione riflette, senza giungere a una conclusione, come uno specchio, seducente per definizione. Riflette sull’accumulo di significati che, nel mondo odierno, rende possibile e insieme impossibile ogni creazione artistica.

DIO CITY© (original motion picture soundtrack)

Da quando imitavano
Un violino il ramo spezzato
Un tamburo il frullo del volo
Un fiato il morso di fame
Un plettro la frana d’un passo
Una voce la stretta di mano
Chissà quanto tempo
E’ passato. Da musiche
Create ad immagine,
Ad ogni sembianza
Un dio suo custode.
Ora ogni accordo
E’ soltanto un erede
Di altri più antichi.
Ora chi suona non pensa
Alla vita,
Pensa solo a suonare.

Ivan Fassio

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