GRAFIA DEL CONTEMPORANEO. IL PROGETTO MENS: DALLE ROVINE DELLA RAPPRESENTAZIONE AL GIOCO DELLA RICOSTRUZIONE

Pur fondandosi al di là del linguaggio, nell’assenza del segno linguistico – della grafìa -, la pittura classica e di rappresentazione ha sempre comunicato con densità ed eloquenza. Le sue fondamenta sono silenziosamente poggiate su uno spazio discorsivo che si ramifica nella giustificazione o nella restaurazione dei rapporti tra immagine e segno: in un’esauriente creazione di senso.
Somigliare equivale così ad affermare, a raccontare, a “de-scrivere”: proprio perché scrittura non è contemplata in così consolidata tradizione. Lingua e visione sono tra loro allontanate e lo spettro del riconoscibile allontana lo spettatore da ogni dubbio. Idee, emozioni, pensieri scaturiscono dal rapporto empatico o da una riflessione successiva. Anche nella rappresentazione del sensazionale, il quadro che si presenta allo sguardo è rassicurante, familiare nei modi: affabile.
Il gioco di creare intrecci tra linguaggi – scrittura, pittura, grafica – e di riavvicinare concetto e rappresentazione, in un incontro/scontro tra poli, impegna da sempre l’artista che sente la necessità di crearsi un diverso campo d’intervento. In questo tentativo, si gettano, scandagliando il terreno dell’ovvio, le strutture sotterranee per l’edificazione di una nuova arte.
La scrittura e il segno, recuperando in negativo la tradizione dei calligrammi, s’insinuano nella rappresentazione e ne spiazzano il raggio d’azione: dalle intenzioni ai fini. Se il calligramma era tautologia, in questa pittura le parole, i simboli, i segnali che si associano all’immagine creano un attrito: un accumulo di significati oppure un violento scarto di percorso. Il livello di tensione creato dai media striscia, beffardo, tra i convitati. Il pubblico, desolatamente, continua a tentare la somma delle diverse parti, ma non giungerà mai a un risultato. Restano, in evidenza, l’ottimismo disperato del gioco senza ritorno, la magia del labirinto, la risata sarcastica dello scommettitore.
Marco Memeo e Paolo “Jins” Gillone si inscrivono, letteralmente, in questo discorso. La pittura del primo ha attraversato il paesaggio urbano per approdare al non-luogo e, successivamente, alla decostruzione degli elementi che ne caratterizzavano il dettato. Il lavoro del secondo, attraverso l’esplorazione dei mezzi più svariati, si è calato completamente nella contemporaneità, insinuandosi nelle sue contraddizioni con un guizzo che riesce a intrecciare, in modo arguto e giocoso, arte e vita.
Il progetto MENS, pregnante crasi dei nomi Memeo e Jins, nasce dalla volontà di scoprire una nuova identità per due artisti che erano già approdati, singolarmente, ad alcune comuni considerazioni concettuali. La serialità degli elementi del paesaggio urbano di Marco Memeo riproponeva, attraverso un personale stile sognante, l’alfabeto degli elementi architettonici e industriali; l’accumulo giocoso e irriverente delle informazioni nell’opera di Jins – a partire dal riutilizzo del linguaggio dei fumetti e dei graffiti – creava situazioni di riflessione: forme accattivanti veicolavano messaggi tramite scrittura e tratti grafici subito riconoscibili. A tutto ciò si aggiungeva la riscoperta di una concezione ludica dell’arte, il desiderio di trovare nuove ispirazioni attraverso il lavoro a quattro mani e la pittura dal vivo, la volontà di esplorazione di nuovi mezzi: video, fotografia, arte popolare, musica.
In questa mostra presso la galleria MOMUS Arte e Design, il progetto MENS ripercorre le tappe fondamentali della propria storia sia attraverso opere che tramite documentazioni di eventi: acrilici su tela, electropaintings, site specific projects, video. Si parte dalle grandi dimensioni di Cattedale nel Deserto, Mens Speed Street, Playlist. Ai colori di Memeo che, senza soluzione di continuità, si mostrano talvolta al limite dell’evanescenza, talaltra al massimo dell’ intensificazione, si somma il tratto di Jins: cartelloni pubblicitari, schizzi ironici, riproduzione di graffiti, incursioni nel gergo musicale e della moda. I Cubes propongono immagini stilizzate – anche riproduzioni personali di opere d’arte del passato – in uno spazio rarefatto, luogo magico e impersonale, su una tela che riproduce le dimensioni di un LP. Montati, a gruppi di cinque, formano dei cubi che giocano con i punti di vista, con il loro stesso posiziomento nello spazio espositivo.
In un luogo come la Galleria MOMUS ,che nasce come punto d’incontro di diverse esperienze – design e interior design, arte contemporanea, allestimenti museali – nel quartiere Campidoglio del Borgo Vecchio a Torino, la produzione a quattro mani di Marco Memeo e Paolo “Jins” Gillone si inserisce con tutte le sue caratteristiche di interdisciplinarità: riflessione sull’architettura moderna e sull’abitare, giocosa intrusione dei Mass Media, realizzazione di Happenings che si muovono tra attività sociale e didattica e critica al contemporaneo.
L’Associazione Culturale MOMUS nasce, infatti, dalla volontà di tre professionisti – Lorenza Capitano, Fabio Roncarolo ed Eleonora Rossi – di creare uno spazio in cui esporre le loro creazioni, pezzi di design unici o in tiratura limitata, e di confrontarsi con la produzione contemporanea di artisti che si muovono parallelamente al discorso dell’architettura, del multimediale, della produzione seriale.
Durante la serata di inaugurazione verrà, inoltre, presentato un site specific project, FLOOR SIXTYSIX: l’intervento dei due artisti su un pavimento in cotto composto da sessantasei piastrelle, un’esplorazione ludica e minimalista delle diverse caratteristiche segniche dei due componenti di MENS. Verrà, inoltre, proiettato per la prima volta il video documento MYLIFE@SUBWAY, cronaca di una controversa operazione artistica a Torino.
Il percorso presentato si snoda trasversalmente, impegnando il pubblico in un’attenta analisi delle motivazioni e dei risultati di questo progetto. La scrittura e il segno si pongono come Leitmotive e come catalizzatori di un effetto di straniamento o di una possibile spiegazione per una pittura che, ridotta ai minimi termini di rappresentazione, scivola verso un decorativismo enigmatico o si scioglie nell’espressione essenziale dello spazio. Arte drammatica, per eccellenza, mette in scena l’interazione tra ogni elemento che possa parteciparvi: da ogni possibile percezione dello spettatore all’hic et nunc del gesto artistico, dall’analisi dei luoghi del progetto fino alle constatazioni divertite e consapevolmente inevitabili della contraddizione e dell’evanescenza del risultato finale.

IVAN FASSIO

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