Enzo Gagliardino. Visione Drammatica in Progressione

Malinconia, come categoria, sta per visione desolante successiva al completamento o alla realizzazione di un progetto, sta per irreversibilità dell’accaduto – azione compiuta, “tale with no return”, trama senza ritorno, non percorribile a ritroso.
Catastrofe, come categoria, indica l’alone di tragedia imminenteche scaturisce dall’opera, anticipa l’assenza di visione prospettica consueta e il misterioso accamparsi di nuvole, simbolo tremendo: tragico perchè parla – pur senza rilasciare messaggi neppure enigmatici – all’umanità, alla civiltà contemporanea nel suo dispiegarsi, nel suo eccedere – per eccellenza -.
L’utilizzo di queste due categorie si apre genricamente ad altre riflessioni sull’arte contemporanea.
John Keats, romantico Inglese, scrive, nell'”Ode on a Grecian Urn”, a proposito di EXPECTATTION e FULFILLMENT: aspettativa e appagamento. Si tratta di due aspetti topici del Romanticismo, che si aggiungono alle questioni dell’Impossibile, del non ancora nato, dell’origine della meraviglia, dei limiti dei nostri sensi. Heard melodies are sweet, but those unheard are sweeter!
Se è plausibile che, a partire dal Decadentismo e passando attraverso tutta l’Avanguardia storica, l’arte può essere considerata una risposta, positiva o in negativo, alle questioni Romantiche, possiamo sostenere che l’opera di Enzo Gagliardino risponde in modo contemporaneo a molte di queste caratteristiche. Se il Romanticismo è la poetica dell’attesa e dell’aspettativa, l’opera di Gagliardino corrisponde ad una poetica dell’appagamento e dello sviluppo futuro di ogni appagamento.
In questa pittura, osserviamo un mondo non ancora dato ma futuribile, visione drammatica in progressione. La Natura, garante della nostra percezione, è alle porte ma volutamente esclusa dall’umano, si sporge da un esilio. Sembra che le nubi, le tempeste, i naufragi che osserviamo in pittori Romantici come Caspar Friedrich o William Turnerabbiano perso tutto il loro valore sensazionale e siano stati incasellati, come tutto il reale ancora possibile, all’interno di moduli ricorrenti, figure e muri. La Natura è alle porte, come tutto ciò che – in falsa coscienza – riteniamo impossibile: il non ancora concepito dalle nostre menti.
Una scenografia teatrale spopolata, in cui non vi è rappresentazione ma soltanto l’indicazione della strada percorsa dal progresso, della direzione della civiltà e del conseguente disagio che porta con sé. Un ragionamento sull’esistenza come capriccio, come trionfo dell’inaspettato, del di là da venire sul reale consolidato. Allo stesso modo, può sembrare un capriccio questo gioco artistico di innalzare muri, palazzi, costruzioni di fronte ai nostri occhi.

Ivan Fassio

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