Malinconia e catastrofe. L’opera di Enzo Gagliardino

Ai margini di ogni rappresentazione stabile – immagine o testo – la malinconia fievolmente intona un suo canto. Tutto è vuoto, ogni sforzo è stato vano. Il mondo giace freddo: le sue strutture smarrite si involano verso un cielo gonfio, appesantito.
Il presentimento della catastrofe di ogni progresso, da sempre, ha abitato questo angolo della coscienza. Da sempre, qui, ciò che avevamo auspicato non si è mai avverato.
L’esistenza appare allora come un vuoto contenitore. La Storia un meccanismo che continua a significare, incessantemente, crudelmente. I tasselli che, seppur familiari, ormai non comprendiamo più, hanno eretto le mura di una conoscenza astratta, tenuta a difendere, almeno nelle apparenze, una città devastata.

L’antico palcoscenico
Ha lasciato spazio
A tutto il resto.
Si contano su piazze,
Nei parchi, fino al cielo,
I gesti dei teatranti.
Rimane la scelta
Perpetrabile in eterno
Per tutto l’impossibile.

Fare luce sui confini della nostra percezione, sulle zone d’ombra del nostro essere, è stato da sempre compito dell’Arte, in un gioco spesso pericoloso, dissoluto. In uno scavo continuo che diventa vizio, perché va ad assillare, intimamente, le categorie del nostro pensare e del nostro sentire – la nostra abitudine.

L’opera s’osserva apparire
In cessante accusa d’essere:
Schiusa agli occhi già in rovina.
Sguardo: estremo confine
– Di stucco a terra rivolto –
Del corpo tratto in vortice,
Affranto.
Nostro complice
In condanna duplice:
Rimorso e rimpianto
.

Per lanciare questa scommessa, al rialzo continuo, il linguaggio della pittura ha sempre recuperato la sua più antica ed enigmatica consistenza: masse di colore, figure e volumi ripresi ossessivamente, abbandono delle prospettive, simbologie storicamente giustificate oppure arbitrariamente progettate. Questo ritrovato spessore non ha mai reintegrato l’arte contemporanea nel discorso che l’aveva generata. Distinta dalla rappresentazione, la pittura esiste, dal momento della scelta di questi intenti, in un mondo dissolto.
I suoi oggetti lasciano spesso cadere ogni contenuto concreto per far apparire soltanto gli aspetti universalmente validi della percezione. I residui della scena originaria diventano spesso una sostanza deflagrante, si preparano a brillare in un’epifania sui sensi che occultano. La forma sorge spontaneamente in un atto pittorico che non designa altro da sé, garante e interprete di mondi sospesi, delle regole di un gioco e della loro stessa accettazione. Se storia esiste, in questa pittura, si tratta della presa di coscienza dell’avvicendarsi o dell’adeguarsi dei diversi modi di rappresentazione sulle categorie del pensiero.

Intitolato:
Non si riconosce
In nessun titolo
Ciò che sotto gli occhi
Distribuisce le sue carte
In modo necessario.
Neppure la morte può sfidare
In questo gioco inconsolabile:
Resta del vizio iniziale
Questo stabile progresso.
Continua a organizzarsi
In un processo discontinuo.
Confonde i suoi tasselli
E riprende la partita:
Non persegue un risultato
E se anche vi giungesse
L’avrebbe già dimenticato.

Enzo Gagliardino ha scelto la ripetizione di un lessico formale essenziale. Muri, finestre, strutture, ciminiere compaiono nella sua produzione in modo ricorrente ed immotivato quasi a riprodurre, negli elementi essenziali, l’arbitrarietà dell’abitare e dell’insediarsi della civiltà contemporanea: in periferie anonime, in costruzioni alienanti. Sembrano obbedire soltanto alla geometria che, nella società industriale, definisce e limita la nostra quotidianità.

Disagio
Nel caso
S’esprime da sé:
Come un gusto
Un colore.
Si dice
Non dica granché
Ma lasci un sentore,
Un sordo rumore.
E un perché.

L’opacità di alcuni colori contrasta con l’amplificazione di altre tonalità. Alcune tinte sfiorano la fluorescenza: il colore esploso, sempre costretto nei moduli ricorrenti, sembrava covare sotto al bianco e al nero. Nasce come valore aggiunto: residuo terribile di ogni progresso. Appartiene già ad un possibile passato, ad un perturbante antiquariato della contemporaneità, non porta con sé legami con tradizioni precedenti, né possibili giustificazioni.
La pittura come tèchne è ridotta a simulacro. Si presenta come ultima testimonianza intorpidita, atrofizzata nelle modulazioni che ripropone ostinatamente in un vizio monotono, in un gioco assurdo. E’ il lavoro caparbio di un sopravvissuto, di un rifugiato in un futuribile scenario di desolazione tecnologica.
Ogni messaggio è bandito, e se anche vi fosse una possibile mittenza, mai una parola potrebbe giungere a destinazione. La città appare spopolata. Ogni visitatore non può che prendere atto della catastrofe che da sempre il progresso porta con sé. Nel frattempo, il mistero della natura e dell’umanità gonfia i propri cieli come vele al di là della muraglia.

Ivan Fassio

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One Response to Malinconia e catastrofe. L’opera di Enzo Gagliardino

  1. Von Klaus ha detto:

    Meraviglia delle meraviglie Giovanotto.
    Probabile figlio del futurismo costui!
    Von Klaus

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