Tessuto Urbano: Strutture e Sovrapposizioni

Dare un senso a un tessuto urbano – a un testo, quindi, nella sua accezione fedelmente etimologica – ha a che vedere, più dualisticamente ancora che per altri campi di studio semiologici, con l’indicazione di significato e direzione. La direzione, per quanto riguarda i “segnali veicolari” dell’architettura e dello studio del paesaggio, è già, di per sé, un significato. Non c’è, infatti, significato sociale che non tenda, in modo progettuale, a un fine o che non abbia delle solide radici in un luogo spaziale, sia esso reale o metaforico. La nostra stessa conoscenza, la nostra capacità di produrre simboli e di leggere il mondo che ci circonda, si basa sulla spazialità e sulla percezione di forme archetipiche.

Partire dal territorio, dalla città, dal paesaggio volendoli analizzare come testi significa, in questo senso, cercare in essi delle opposizioni e dei punti di tensione – dei momenti in cui il cammino dei significati si perturba.

Occorrerà, quindi, individuare dei percorsi – dei labirinti? -, dei recinti, in cui localizzare l’analisi di contraddizioni, eccessi, attriti. Sarà, così, la città stessa con i suoi archetipi a venire in nostro aiuto fornendoci le sue strutture come modelli per analizzare il suo testo. Dalle intenzioni politiche, sociali, ideologiche, casuali di un progetto fino alla sua realizzazione, e poi, a partire da qui, dal luogo abitato (che sia edificio, zona, parco, periferia) o comunque dal primo attimo della sua percepibilità, fino ad arrivare alle sue riutilizzazioni – e ritualizzazioni? – pratiche o metaforiche (rivalutazioni, accumulo di significati, simbologie, mitologie).

L’individuazione delle differenze che il filosofo francese Jacques Derrida riconosceva come caratterizzanti ogni testo scritto sarà la traccia che potrà guidarci in uno dei possibili, infiniti itinerari. La differenza – continua acquisizione di accezioni – intesa come realtà ultima che condiziona ogni creazione, ogni linguaggio nel suo inevitabile essere nel tempo, ogni interpretazione di attività umane. Ci accompagnerà la presa di coscienza che di ogni tessuto urbano, creato da un insieme dinamico di fattori, verrà inevitabilmente a mancare il concetto di autorialità. Come in ogni testo, ci si muoverà a ritroso per approdare quasi sempre all’inconnu, al mistero della nascita, all’intenzione di partenza ormai dimenticata con il passare degli anni, scalzata, nelle sue ragioni, dall’avvicendarsi delle culture, dei modi del costruire.

Quante volte, in questo senso, correnti e avaguardie architettoniche hanno cercato di esorcizzare l’inquietudine provocata dalle percezioni di una generale rottura, di una frammentazione epistemologica, recuperando l’innocenza di simboli archetipici (piramide, sfera, cerchio, ellisse, labirinto). Hanno rivisitato le originarie intenzioni comunitarie, rituali, simboliche e hanno scoperto, infine, che queste si installano, sempre e comunque, come strutture permanenti, ma in forme continuamente mutanti.

Giungeremo a una considerazione dell’opera di architettura non come cosa in sé, ma come segnale a cui ognuno, nel tempo, dà differenti risposte. In origine questo segnale si era posto come soluzione di un determinato spazio, per assolvere a una determinata utilitas. Trattandosi di segno per definizione iconico, ha poi diffuso nel tempo i propri aloni interpretativi, si è macchiato e caricato delle stratificazioni di significato, dei cumuli delle informazioni inviate e ricevute, dei diversi utilizzi.

Evitando di entrare specificatamente nel dibattito sull’urbanistica, occorre ora utilizzare i mezzi fino a qui rintracciati per leggere, allo stesso modo, l’opera d’arte che del tessuto urbano si nutre, che da sempre si è confrontata con questioni legate alla comprensione dell’abitare come categoria del pensiero. Arte figurativa intesa come campo privilegiato di riflessione, come luogo di critica, di classificazione e, insieme, come parte integrante di quelle sovrapposizioni che fanno la storia di un monumento, di uno spazio, di un paesaggio. Le tensioni e le opposizioni, gli eccessi di significato, che gli studi di urbanistica individuano nel testo-città, potranno esserci d’aiuto per la lettura di un linguaggio artistico. Tenendo, naturalmente, ben presente che di linguaggio si potrà parlare solo riconoscendo ormai che – proprio in entrambi i campi dell’arte e dell’architettura – non vi è luogo da cui scaturisca una sua pienezza onnicompresiva, completezza che è stata storicamente negata, abbandonata. Il fallimento di una scienza dei segni, di una semiologia capace di tradurre un sistema linguistico in un altro dovrà accompagnarci, fornendoci un modello dinamico di comprensione, nell’itinerario di lettura dell’opera d’arte e dei rapporti che intercorrono tra questa e le questioni dell’architettura contemporanea.

Nelle opere dei cinque artisti che inaugurano la galleria BluBox possiamo facilmente ravvisare tentativi di analisi, riflessione sul linguaggio, sulla storia, sugli intrecci della perenne creazione di senso che accompagna la rappresentazione della città. In altra sede, ci si potrebbe avvicinare a questi artisti percorrendo una strada che parta dalla Città Ideale Rinascimentale, e che, passando attraverso la Rivoluzione Industriale e le Avanguardie Storiche, possa arrivare fino alla negazione prospettica dell’arte contemporanea – analizzando, anche in negativo, ciò che della cultura di rappresentazione architettonica rimane, viene rivalutato o muta senso. Qui, è opportuno notare che, per una più polifonica e realistica resa del vero, tutti questi pittori si sono avvicinati – abbandonandolo deliberatemente o recuperandolo – a ciò che di rituale o simbolico resta nella percezione dello spazio urbano.

Per i quadri di Marco Memeo si può parlare di un avvicinamento allo spazio del vissuto come amplificazione dei luoghi (o dei non-luoghi) meno frequentati dalla comune ricerca di senso. L’opera di questo artista approda, in modo quasi scontato, a un decorativismo rivitalizzato da una poetica di ricerca essenziale del fenomeno urbano – traguardo inevitabile per chi persegue da sempre processi di straniamento. L’opera è testimonianza d’una prospettiva fortemente soggettiva e si presta, come visione periferica, a svariati livelli d’interpretazione.

Paolo “Jins” Gillone, nella tradizione del riutilizzo di forme d’arte popolare e degli stilemi della pubblicità e sulla scia delle avanguardie pop, si muove sul versante della multimedialità. Le sue opere mirano a sensibilizzare un vasto pubblico e veicolano spesso, in modo esplicito o implicito, contenuti di critica sociale o riflessioni culturali e politiche. Utilizzano, in questo senso, il massaggio – messaggio – mediatico che fa del tessuto urbano un testo accattivante ed ovunque esportabile. Lo traducono in testo che obbliga lo spettatore a una partecipazione attiva, a prendere parte all’autorialità dell’opera stessa.

Enzo Gagliardino propone opere che, con modalità avvicinabili a tanta letteratura contemporanea, mostrano un mondo spersonalizzato, in assenza di sguardi soggettivi, in una cristallizzazione che, a forza di gelo, brama dallo sguardo dello spettatore una più alta e sentita empatia. Le rappresentazioni di muri ed edifici industriali, vetrate e ciminiere – in strutture geometriche che rimandano ai nostri modi conoscitivi – si stagliano di fronte a nubi incontenibili e pressanti. Ci ricordano il mistero fascinoso e tremendo del sacro e del rituale abbandonato nella civiltà contemporanea e, a contrappunto, i concetti di auto-disgregazione e distruzione insiti nell’idea di progresso (come non pensare all’Angelus Novus di Walter Benjamin?).
Claudio Molinari giunge spesso alla scomposizione di architetture in parti elementari, trattate con colori che si presentano compatti, isolati nella loro scabra semplicità. L’idea è quella di mettere in scena ogni struttura come presentata in un suo – supposto – valore essenziale, intimo: un’illuminazione che sottintenda, al di là del visibile, impalcature originarie e stratificazini. Il lavoro del pittore si incentra così sullo studio delle forme, dei punti di vista, delle prospettive e su un trattamento del colore che predilige l’accentuazione di tonalità piene, la delineazione di contrasti, l’utilizzo raro di sfumature in funzione alienante.
Roberto Morone ci propone scorci, interni e particolari architettonici trattati con distacco nel loro apparire fenomenico, per una rappresentazione della superficie che abbandona ogni contenuto facilmente condivisibile. Il soggetto creante, dopo essersi esaurito nella nuda percezione degli oggetti, dopo aver accantonato ogni volontà di comunicazione, può recuperare una sua più alta autorità. Ne scaturisce una pittura consapevole nell’accorto utilizzo di tonalità e sfumature, elegante sia nella resa della concretezza materica che nelle frequenti dissolvenze.
Se in alcune delle opere esposte sembra che le strutture impersonali e gli esercizi di tanta avanguardia servano da griglia di lettura per la rappresentazione della città, in altre predomina lo studio delle superfici o del legame che il paesaggio urbano ha intrattenuto con tanta arte contemporanea – fotografia, cinema, letteratura popolare o postmoderna. Si tratta sempre di pre-testi che permettono il ritorno a un’innocenza altrimenti impossibile, il ritorno al luogo in cui una simbologia ha inizio e un’altra va incontro alla sua fine.

Ivan Fassio

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2 Responses to Tessuto Urbano: Strutture e Sovrapposizioni

  1. fernirosso ha detto:

    L’ordine (?) del giorno è: dis/orientare, spaesare,sconfinare,dis-simulare,pre/tendere.
    Messi tutti insieme, come in un semenzaio caldo,daranno per esito un’esistenza e anche una resistenza, pronta a scaldarsi o ad andare in corto circuito.
    Ciò che si vuole non è un tessuto, poiché si riconoscerebbero tra-me e or-dito (che bellissima traduzione simultanea della contemporaneità!).
    Ciò che si vuole è una sfibratura, una sfilacciatura e una ricompattazione per inspessimento di materiali da riciclo, che restano però estenuati dopo la seconda utilizzazione. Non è ve(t)ro, il progetto è “gettato” in opera e con questa la mano che lo misura sta in un planning, ovviamente computerizzato, che moltiplica le prospettive da qualunque punto di vista, ma rende piano ciò che non lo è per sua natura: né la morfologia di un terreno, come quella di un territorio, come quella della natura di coloro che abitano e/o vivono quel territorio e quei terreni.
    Innocenza della pro-getta-azione? No, non credo proprio. fernanda

  2. belacqua ha detto:

    grazie, leggo e rileggo – per ora.

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