Trent’anni

Che questo
Non fosse Natale
O che questo Natale
Non fosse arrivato
Ho spesso sperato
Per ciò che mi fa ricordare,
Tanto m’ha fatto pensare.
Ero stato allevato
A vedere donne già vecchie
A trent’anni: chine sui campi
A bruciare le stoppie,
Un fazzoletto in testa
Correvano dietro
A quattro galline.
Mi era stato spiegato
Che non c’è più bellezza
Al di là dello sforzo,
Oltre al sudore
Ogni vizio si tace nel buio
D’un viso cocciuto.
Ero stato abituato
A dare sempre qualcosa
In più del dovuto.
Gli uomini m’avevano ancora
Raccontato la caccia,
Storie di cani, di gente
Che non sa stare in casa
Che non vuol stare ferma
Come una donna, a girare tra i muri.
La parola poetica
Si respirava nell‘aia,
In cantina, sotto casse di mele,
Nel freddo t’arrossava le gote
Quando scendevi le scale.
Ho abbandonato i miei posti
E ciò che restava – era troppo –
L’ho letto sui libri,
Scovato in città
Su facce d’estranei:
Gente moderna
Che non sapeva star zitta.
Mi ha insegnato
A girare di notte
Ben oltre le tre,
M’ha iniziato
A lamentele, agli sbotti
Alle cure e ai malanni.
Ho capito così
Che mi sarei vestito di nero
Senza che un lutto potesse
Intristirmi.
Ho rappresentato,
A dispetto di tutti,
La tristezza
Fine a se stessa.
Ho scoperto l’odore
Di pagine stanche
Sempre più vere
Quanto distanti
Dalla realtà: capivo
Che immaginare era l’unica
Ultima verità.
Oggi è di nuovo Dicembre
E compio trent’anni:
Un’età che se ancora
Non ha trovato un mestiere
O imboccato un strada
Un uomo è incapace, è fallito
– Lo sapevano i vecchi -,
Può soltanto marciare
Leggero, per le vie di paese,
Nel pomeriggio.
Io non so vivere: morire neppure:
Ed è tardi imparare a iniziare
O a farla finita, non c’è tempo,
Manca ogni rimedio.
Per questo: sarebbe meglio
Non essere nato,
Non compissi più gli anni,
Non tornasse il Natale:
Mi fa solo star male, rimuginare.
O meglio ancora sarebbe
Passeggiare, leggero,
Nel viale, la sera,
Per sempre.
Ivan Fassio
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5 Responses to Trent’anni

  1. trinka ha detto:

    bellissima…parole in cui un pò mi rivedo e che lasciano un retrogusto d infinito…bravo…

  2. giacomo ha detto:

    bravo!

    ci ritrovo molto del mio passato e della mia aia, non troppo distante dalla tua. sentore fortissimo di qualcosa che mi sembra tutto il contrario dell’infinito.
    trent’anni io li ho compiuti qualche mese fa.

    tanti auguri.

  3. sabrina ha detto:

    ..i tuoi versi mi fan tornare nella cantina dei nonni , nascosta a sbirciare, nascosta da sola , finalmente, anche da bambina
    ..e sulle tue casse di mele rosse e legnose mi sedevo per leggere un giornale vecchio di strappato di sbieco dove finiva la parola..
    ..I wish you a long walk on the path…

  4. luciano poli ha detto:

    ho l’impressione,in una prima lettura, che vi sia la materia per lavorare, ma che lo scritto abbia ancora la caratteristica dello sfogo. L’ho sentita come una filastrocca a respiro corto. Dalla poesia/terapia bisogna arrivare arrivare alla poesia come un elemento di bellezza in più da aggiungere al mondo. Considerando che il dolore è il sale della bellezza a volte.

  5. belacqua ha detto:

    Vero, ho “tentato”, in una specie di esercizio nelle poesie in prima persona, di tornare alla base, al momento della nascita del lavoro poetico.. ti invierò il link per le altre: fanno parte di tentativi che definirei “lamentazioni” “invettive”: per me è l’unico modo per riallacciare la mia scrittura all’esistenza, per “essere parlato” una volta per tutte da “me” (estrema contraddizione in cui amo catapultarmi, dopo tutte le contraddizioni prese in esame – strutturalmente, logicamente, psicologicamente, razionalmente, artisticamente – nelle altre mie scritture). Queste “invettive” vanno prese così: residuali, grezze, emotivamente instabili, labili nelle intenzioni. Cattiva scrittura si fa capolavoro soltanto negli intenti!
    Grazie per il commento,

    Ivan

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