Da anni s’apprende al grigio palazzo un sottile pulviscolo. Dalla rotaia metallico ricciolo schizza al passaggio del tram che scintilla. Ti mette paura di avercelo in bocca: un pezzo di ferro, una traccia residua. S’accumula, in aria più densa, particella da trapani, cantieri, ponteggi. Al sole la gomma si scioglie, si ripara il piccione all’ombra d’un vecchio balcone, becca briciole sporche, nerastre, tra penne che perde e suole di scarpe. Il mattone consuma, l’intonaco scrosta, spazzatura cuoce in bidoni scottanti, fuma un vapore acidulo, spesso. Si scheggia il legno sotto vernici fetenti, e il fiume non porta conforto, s’insinua tra rive stracolme di oggetti, che nessuno frequenta.
Il vecchio cammina indolente, l’udito risponde soltanto al fischietto del vigile, al clacson dell’auto. Talvolta osserva una chiesa, una statua, ma non sente campane, né suono d’organi, né processioni. Il vecchio conta i fili che tramano sulla città, ne vede migliaia: luce, tranvai, telefono; e immagina i tubi che crescono scuri di piombo dal sottosuolo alla grondaia: acqua, scarichi, gas, tra costruzioni anonime, penuria d’anime.

Ivan Fassio

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