Frammenti e Scritti Vari – Franz Kafka – I

 

 

Di che piangi, anima derelitta? Perché svolazzi intorno alla casa della vita? Perché non guardi lontano, verso il mondo che ti appartiene, invece di lottare quaggiù per ciò che è estraneo? Meglio una colomba viva sul tetto che, in mano, un passero mezzo morto, che si difende convulso.

 

Sotto ogni intenzione si acquatta la malattia come sotto una foglia d’albero. Se tu ti chini per vederla ed essa si sente scoperta, salta su, quella magra e muta malignità, e invece che schiacciata, vuol essere fecondata da te.

 

Esiste solo un punto d’arrivo, ma nessuna via; ciò che chiamiamo via non è che la nostra esitazione.

 

Siccome il bosco respira sotto il chiaro di luna, ora si contrae, diventa piccolo, fitto, gli alberi si ergono verso l’alto, ora si allarga, scivola giù lungo tutti i pendii, si fa basso cespugliame, meno ancora:lontano chiarore nebbioso.

 

Il mutismo è uno degli attributi della perfezione.

 

Lungo il viale, una persona non finita, il brandello di un impermeabile, una gamba, la tesa anteriore di un cappello, e la pioggia che si sposta rapida di qua e di là.

 

Che cosa ti disturba? Che cosa strappa gli ormeggi del tuo cuore? Che cosa va tastando la maniglia della tua porta? Che cosa ti chiama dalla strada senza voler entrare dal portone spalancato? Ahimè, è proprio colui che tu disturbi, del quale strappi gli ormeggi del cuore, della cui porta vai tastando la maniglia, che tu chiami dalla strada e attraverso il cui portone spalancato tu non vuoi entrare.

 

Avvolgi il tuo mantello, alto sogno, intorno al bambino.

 

Il pensiero giudicante saliva tormentoso attraverso i dolori, aumentando lo strazio e non portando alcun sollievo. Come se in una casa che sta per essere distrutta dalle fiamme ci si ponesse per la prima volta il problema della sua architettura.

 

Raccolti i resti.

Le membra , beatamente, sciolte,

le ginocchia rilassate

sotto il balcone al chiaro di luna.

Sullo sfondo un po’ di fogliame,

nerastro come capelli.

 

Il relitto di un naufragio, caduto in acqua nuovo e bello, dilavato e avvilito per anni e anni, finalmente sfatto.

 

E’ un mandato. Secondo la mia natura, posso assumere solo un mandato che nessuno mi ha imposto. In questa contraddizione, sempre e soltanto in una contraddizione io posso vivere. Ma tutti, in fondo, giacché vivendo si muore e morendo si vive. Così come, ad esempio, il circo è attorniato da un  telone, per cui nessuno che non sia dentro di esso può vedere qualcosa. Qualcuno, però, trova un forellino nel telone e così può vedere anche da fuori. Naturalmente, se ce lo lasciano stare. Tutti noi ci lasciano stare lì per qualche istante. Naturalmente – secondo “naturalmente” – in genere da un simile forellino si vedono soltanto le schiene degli spettatori in piedi. Naturalmente – terzo “naturalmente” – la musica si sente comunque, e anche le voci degli animali. Finché si cade svenuti di terrore tra le braccia del poliziotto che ha l’incarico di girare intorno al circo e che ti ha solo battuto leggermente sulla spalla, per farti notare quanto sia sconveniente che tu guardi con tanta avidità senza aver pagato un soldo.

 

Franz Kafka, Frammenti e Scritti Vari (Traduzione Italiana di Ervino Pocar)

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