Tutto ciò che avrebbe voluto, forse, l’avrebbe potuto raggiungere. Egli avrebbe potuto sostare, viso presuntuoso, sotto i signorili pergolati del tempo. La coppa eternamente colma, la pozza di vino calma come lago. Le viti sarebbero ingobbite dai frutti dorati, da sacre mani scolpiti tronchi e tralci. I marmi liquefatti sotto ai campanili udirebbero un suono amplificato, per sempre fissato da campane equilibriste.

Tutto per questa grande sbavatura: fogli si curvavano, si arcuavano sotto alla parola, la grafia fatta corpo, come scolpita, fisica e incisa. Questa condanna, prurito silenzioso, vecchio gioco solitario, d’isolare suoni e ritmi, sezionare urla e spasimi. Scovare risonanze dell’animo e rifarne sensazione.

Oppure, tutto, ancora, avrebbe potuto lasciare. Per lo stesso cutaneo vizio, perdere la vita, ebbro, ai margini di un senso. Spontaneo, rischioso, era il suo continuo furto al corpo che lui era.

 

 

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One Response to

  1. eremi ha detto:

    “LE CAMPANE EQUILIBRISTEEE!!” (detta alla carmelo bene)

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