Viveva in una contraddizione, venti freddi s’insinuavano nei suoi rifugi, sul dirupo s’affacciava: gonfio e ingombrante, i capelli increspati dal vento. Tentato dalla vertigine si ritraeva, tuttavia, codardo – immagini dall’infanzia gonfiavano ed esplodevano. Lasciavano la sua mente ferita a morte dai colori, dai suoni che si ripercuotevano – in scenario spettrale, incubo assurdo. La natura era estranea, rispondeva ad ondate.

Così diventava quel dubbio e viveva per esso. Imitava, di quella domanda, soltanto i modi, le cadenze, e ne scordava le parole, per sempre. Intuiva, il più distintamente, le tinte forti, i tempi spossanti, le ripetizioni cupe e lente. Custodiva un doppio fondo: una realtà mai svelata nascondeva, eppure spesso un’eco ne irradiava. Finalmente sprecava se stesso e il tempo non coglieva: imperfetto, fissava le tenebre d‘un vecchio fuoco, d‘un tiepido caminetto.

Nei suoi pensieri, i rami, d’inverno, si spezzavano al gelo, crepitavano le braci su fossi mezzo coperti dal nevischio, il pettirosso moriva, cadeva tra le braccia dei pini, nei vasi di gerani: s‘incupiva, all‘istante, il meriggio, stremato sotto una bruna foschia. Brillava, dell’essenza, un riverbero: della vita s’agitava una forma assetata.

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