Da “Masked and Anonymous” a “Chronicles Vol.1”: Bob Dylan e la tradizione musicale Americana

 

 

 

 

 

 

“Guess it’s too late to say the things to you that you needed to hear me say…” (“Shooting Star”, Bob Dylan)

 

 

Dopo le bizzarrie “beat” cariche di surrealismo del romanzo d’esordio Tarantula (1971), Bob Dylan ha scritto un’autobiografia, Chronicles Volume 1 (da poco tradotta in italiano da Alessandro Carriera, autore di La voce di Bob Dylan. Una spiegazione dell’America, e pubblicata da Feltrinelli). Si tratta di un tentativo di spiegazione del percorso artistico e musicale dell’autore, un sincero accantonamento delle maschere più volte indossate e degli atteggiamenti schivi (e spesso definiti enigmatici) che hanno caratterizzato non solo la sua produzione artistica ma anche il suo rapporto con giornalisti, critici e biografi. Ad una prima lettura ci si rende però subito conto di trovarsi di fronte ad un’autobiografia quantomeno poco ortodossa.Già il titolo può ingannare il lettore: non si tratta infatti di una successione cronologica di avvenimenti ma di un’operazione letteraria sicuramente originale. I fatti, le riflessioni, i ricordi scorrono attraverso i capitoli man mano che riaffiorano alla memoria. E’, prima di tutto, una vera e propria ricostruzione di una personalità, un lavoro di scavo nei confronti dei momenti di una formazione, una presa di coscienza del presente attraverso l’accettazione e l’approfondimento del passato; è, anche, un tentativo che trova precedenti illustri nella letteratura americana. Si pensi alle riflessioni frammentarie e sparse di Motel Chronicles di Sam Shepard (drammaturgo, attore e musicista, coautore con Dylan della canzone Brownsville Girl) o all’acutezza aristocratica e intellettuale di Palinsesto. Una Memoria di Gore Vidal. L’intenzione dell’autore, infatti, non è solo quella di chiarire a se stesso e al pubblico le tappe della propria esistenza ma di rendere sulla pagina, attraverso un linguaggio “pittorico” e attento alle sfumature di una coscienza, le emozioni e i sentimenti di un tempo con la stessa intensità con cui erano stati vissuti. Quello che scrive è un Dylan ottimista, creatore di un’opera fatta di punti di vista e di atmosfere, di citazioni e di storia, attento ai significati profondi di ogni esperienza e di ogni atto di conoscenza. Nei primi due capitoli, intitolati Annotare lo spartito e La terra perduta, ci troviamo di fronte alla voce del giovane Dylan nel periodo precedente al contratto con la Columbia. Qui la voce narrante è piena di curiosità e di giovinezza, rivive il periodo più carico d’avventura di un’esistenza, si sofferma sulle esperienze con lo stesso sguardo immaturo ma carico di potenzialità creative. Si passa poi, nel capitolo seguente, al ricordo dell’incontro col poeta Archibald McLeish, dalla cui mancata collaborazione nacquero idee per l’album New Morning (1970), fino all’insistenza sull’infondatezza dell’interpretazione delle sue canzoni come specchio di una generazione. Il quarto capitolo prende l’avvio dai momenti di crisi della creatività degli anni Ottanta e si sofferma, poi, sulla realizzazione del disco Oh, Mercy (1989) con Daniel Lanois. Qui Dylan indugia a lungo sul problema dell’interpretazione delle canzoni, descrive i percorsi compiuti per ridare vitalità, dal punto di vista sia musicale che “attoriale”, a canzoni che non sentiva più sue. Ci descrive la tecnica chitarristica che un giorno il bluesman Lonnie Johnson gli aveva insegnato, riflette sulla tradizione della musica folk, sui significati del blues e del jazz, su un linguaggio musicale che è, per lui, la colonna sonora dell’America e, insieme, il suo linguaggio mitologico. Nell’ultimo capitolo, Il fiume di ghiaccio, si ritorna ancora ai primi anni Sessanta, alla serate passate suonando blues al Gaslight Cafè in compagnia di Dave Van Ronk e John Lee Hooker. I temi dei primi due capitoli vengono ampliati, ci viene confessata la grande influenza subita da L’opera da tre soldi di Bertold Brecht ed in particolare dalle musiche di Kurt Weill, le riflessioni sulla tradizione musicale americana prendono una connotazione più personale, direi quasi programmatica. In questi anni Dylan conosce personalmente Woody Guthrie, ascolta per la prima volta il blues di Robert Johnson (che si aggiunge, tra le influenze maggiori, a Hank Williams, Lightin’ Hopkins, Link Wray, Leadbelly, Cisco Houston), si confronta con folksinger in ascesa come Joan Baez, oppure già affermati come Harry Belafonte e Johnny Cash. Il giovane musicista suona canzoni tradizionali nei locali notturni del Greenwich Village, non ha ancora iniziato a scrivere canzoni sue, ma capisce la forza delle parole di una tradizione, di una terra; ci fa capire che la sua musica non potrà mai essere protesta, ma semplicemente l’espressione di sentimenti, emozioni e idee attraverso un linguaggio già collaudato, un’ opera quindi di continuo aggiornamento e di perenne risignificazione (“La canzone folk trascendeva la cultura del presente”).

Sono informazioni, quelle di Chronicles, che ci aiutano meglio a capire le ultime produzioni di Bob Dylan. Il ritorno ad atmosfere blues e a suoni “vintage” di Time out of Mind (1997), album del “disamore”, della vecchiaia e dei ricordi nostalgici, trova una sua logica continuazione nelle continue citazioni di Love and Theft (2001), disco in cui, già ad un primo ascolto, traspaiono le influenze swing e rockabilly degli artisti della Sun Records (etichetta musicale degli anni Cinquanta per la quale incidevano anche Buddy Holly e Jimmie Rodgers). Il desiderio di essere sempre sul palco e di ridare sempre nuovi tagli all’interpretazione delle proprie canzoni, poi, risponde alla sua volontà di essere l’ultimo dei depositari di una tradizione antica, quella del country e del blues, e di giocare con tutti gli stilemi di questa tradizione. Non a caso uno degli ultimi tour (Agosto 2004) vantava la partecipazione di Willie Nelson, leggenda della musica folk; ed il prossimo, quello che partirà a marzo, vedrà Dylan affiancato dal vecchio cantante country Merle Haggard.

Anche la realizzazione del film Masked and Anonymous (2003), in cui Dylan compare come sceneggiatore e come attore, trova una giustificazione in questo amore per la cultura popolare, in questo continuo lavoro di rielaborazione del passato e di riutilizzo di metodi d’espressione tradizionali. Il film, girato da Larry Charles, è stato definito come un mosaico di personaggi improbabili e di dialoghi ingarbugliati, che fanno da cornice ad oltre quaranta minuti di musica. Ai pezzi di Dylan riarrangiati per l’occasione (Dirt Road Blues, Down in the Flood, Cold Irons Bound) si aggiungono cover degli artisti più disparati e canzoni tradizionali come Dixie, Amazing Grace e Diamone Joe. Le intenzioni del regista erano quelle di rendere, per il lungometraggio, il respiro sognante e visionario delle canzoni dylaniane. La trama, quasi inesistente, propone citazioni dal King Lear di Shakespeare e ci presenta un Bob Dylan che gioca con il suo ennesimo travestimento, con una sua nuova maschera – quella del cantante incarcerato che attende la libertà per tornare a esibirsi. Siamo ancora lontani dalle spiegazioni illuminanti di Chronicles, dal gusto sottile per i ricordi di un mondo perduto. L’artista che per anni ha giocato a confondersi nei testi delle sue canzoni, nei linguaggi di volta in volta adottati, si è finalmente raccontato e, in un’intervista, ha confessato: “E’ come se avessi in mano un mazzo di carte, mescolassi e ne girassi una: si comincia da quella. Certo mi rendo conto che così restano dei grandi vuoti”. L’autore, nel presentare il metodo di scrittura per la sua autobiografia, sembra ancora compiacersi per le cose non dette, per gli spiragli lasciati all’immaginazione del lettore.

 

IVAN FASSIO

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