“I shall be released” – “Disease of Conceit” – Bob Dylan

Agosto 22, 2009

Si dirà che tutto può essere rimpiazzato
Si dirà che qualsiasi distanza non è mai vicina.
Per questo motivo, ricordo ogni volto
Di ogni uomo incontrato fin qui.
Scorgo la mia luce che inizia a brillare
Dall’Occidente fino ad Oriente:
Da oggi in poi, ogni giorno
Potrò essere salvato.

Certo a ogni uomo serve protezione,
E forse ogni uomo è destinato a cadere.
Giuro eppure d’aver visto il mio riflesso
Chissà in quale alto punto di questa torre.
Scorgo la mia luce che inizia a brillare
Dall’Occidente fino ad Oriente:
Da oggi in poi, ogni giorno
Potrò essere liberato.

In piedi accanto a me in questa triste folla
Sta un uomo che giura di non poter essere biasimato.
Per tutto il giorno lo sento urlare così forte
Lamentandosi di esser stato intrappolato.
Scorgo la mia luce che inizia a brillare
Dall’Occidente fino ad Oriente:
Da oggi in poi, ogni giorno
Potrò essere perdonato.

_ _ _ _ _

Molte persone soffrono stasera
Della malattia di vanità
Quanta gente stanotte dispera
Per malattia di vanità!
Scendi in strada
Vicino al confine,
Fruga nei tuoi sensi
Con il corpo e con la mente:
Non c’è nulla che sia dolce
Nella malattia di vanità.

Moltitudini di cuori
Si spezzano o scuotono stasera
Per malattia di vanità.
Fa un passo nella tua stanza
Ti mangia l’anima,
Sui tuoi sensi
Non avrai alcun controllo,
Non c’è nulla di troppo discreto
Se si tratta di vanità.

Muoiono e piangono stanotte
Per malattia di vanità.
Viene fuori dal nulla
E il conto t’aspetta,
Dal mondo esterno
La pressione rincarerà,
Ti tramuterà
In un pezzo di carne
La tua vanità.

Vanità è un disagio:
I dottori non trovan cure.
Tante ricerche son state svolte
ma nessuno è ancora sicuro.

Stanotte tanti problemi per molti,
Tante persone vedono doppio
A causa di vanità.
Ti porta manie di grandezza
E un occhio cattivo,
Ti dà l’idea di esser troppo buono per morire,
Invece ti seppelliranno tutto intero
A causa di vanità.

(traduzione mia. Ivan Fassio)


Agosto 22, 2009

Amplificati i sensi
Ne ha tradotto i modi ingigantiti
Nei piccoli e grandi infiniti:
Così la parola come pietra pesa.


Luglio 26, 2009

Il più grave tra ogni sforzo l’agonia di sé: gioioso torpore nella creta del mondo

Occorre librarsi dal suolo, prendere il volo a due mani e portarlo al comando.

Come un bambino che sfiorare il lampadario voglia – il suo volere è un’essenza -

Ché ormai luce, i colori sono entrati negli occhi, un miraggio d’oasi riverbera

E gli occhi non sono presenza ma puro scenario, claudicante abbaglio d’estasi.

Paesaggio fuori fuoco s’offre a noi perdenti, ai viaggiatori, innocenti, sognatori

Quando nel centro del dolore si volge il desiderio – retaggio d’ogni antico sfacelo -

In desolato sguardo su scorci spopolati, inumani spazi: siano palazzi, nuvole o cielo.

Ivan Fassio


Luglio 23, 2009

Da anni s’apprende al grigio palazzo un sottile pulviscolo. Dalla rotaia metallico ricciolo schizza al passaggio del tram che scintilla. Ti mette paura di avercelo in bocca: un pezzo di ferro, una traccia residua. S’accumula, in aria più densa, particella da trapani, cantieri, ponteggi. Al sole la gomma si scioglie, si ripara il piccione all’ombra d’un vecchio balcone, becca briciole sporche, nerastre, tra penne che perde e suole di scarpe. Il mattone consuma, l’intonaco scrosta, spazzatura cuoce in bidoni scottanti, fuma un vapore acidulo, spesso. Si scheggia il legno sotto vernici fetenti, e il fiume non porta conforto, s’insinua tra rive stracolme di oggetti, che nessuno frequenta.
Il vecchio cammina indolente, l’udito risponde soltanto al fischietto del vigile, al clacson dell’auto. Talvolta osserva una chiesa, una statua, ma non sente campane, né suono d’organi, né processioni. Il vecchio conta i fili che tramano sulla città, ne vede migliaia: luce, tranvai, telefono; e immagina i tubi che crescono scuri di piombo dal sottosuolo alla grondaia: acqua, scarichi, gas, tra costruzioni anonime, penuria d’anime.

Ivan Fassio


Linee di Confine e Percezioni del Reale

Luglio 16, 2009

Linee di Confine e Percezioni del Reale – La Pittura di Claudio Molinari

“Forse non sono molto umano. Il mio desiderio era di dipingere la luce del sole riflessa sul muro di una casa” Così scriveva, al termine della carriera, Edward Hopper. Le sue opere, che hanno rappresentato tanto il paesaggio della metropoli quanto momenti della vita della provincia Americana, non mirano certo alla creazione di effetti psicologici e non cercano di muovere l’osservatore verso possibili interpretazioni simboliche. Si tratta, pertanto, di una pittura che si concentra sui segni stessi, raccolti nella loro opacità, esplorati nelle possibilità di percezione che offrono al fruitore.
I quadri di Claudio Molinari esposti al “Wine Bar La Dolce Vigna” di Agliano Terme approdano, ad un primo sguardo, verso alcune di queste istanze. Le torri, i caseggiati, le architetture, i paesaggi presentati sulle tele hanno abbandonato ogni punto di vista umano e si stagliano in un massimo di oggettività straniante. Ogni facile emotività è bandita e la rappresentazione si regge sull’espressione di un momento tanto unico e irripetibile quanto impossibile.
Gli argomenti di questa pitture possono apparire all’osservatore come parti di un catalogo che, invece di mostrare caratteristiche meramente architettoniche o paesaggistiche, metta in luce la carica di possibilità percettive che emerge dall’essenza, dall’irrealtà isolata in cui sono colti.
Il lavoro del pittore si incentra così sullo studio delle forme, dei punti di vista, delle prospettive e su un trattamento del colore che predilige l’accentuazione di tonalità piene, la delineazione di contrasti, l’utilizzo raro di sfumature in funzione alienante. I modi di questa arte non ammettono visioni panoramiche realistiche e coinvolgenti né, tantomeno, impressioni compatte che trattino la materia nel suo semplice apparire fenomenico.
Non ci sono di aiuto soltanto le suggestioni iniziali di Edward Hopper, quindi, perché, dopo attente osservazioni, ci si può rendere conto del filone tematico in cui l’artista, a buon diritto, rientra.
Franz Marc, l’esponente illustre del “Blaue Reiter”, voleva raggiungere, nei suoi famosi quadri di animali e nelle sue opere più astratte, “il lato più intimo e spirituale della natura” e rendere le sue creazioni “di colore puro”. Mirava ad un rappresentazione ridotta all’osso e giungeva, nel suo ultimo periodo, al tentativo di dipingere sempre attraverso l’uso di forme semplificate, essenziali.
Allo stesso modo, Molinari giunge spesso alla scomposizione di architetture in parti elementari, trattate con colori che si presentano compatti, isolati nella loro scabra semplicità. L’idea è quella di presentare ogni struttura come nuda, pura, presentata nel suo valore più intimo.
Come non pensare, naturalmente, al precisionismo Americano di Charles Sheeler, alle sue visioni metropolitane, ai suoi punti di vista oggettivanti e distaccati su agglomerati urbani, su costruzioni industriali, su ciminiere fumanti. Come non annoverare, ancora tra i grandi precedenti, la fotografia analitica e critica di Alfred Stieglitz, l’esaperato realismo pittorico di Isaac Soyer, l’uso dei colori in alcuni quadri di Joseph Stella. L’esempio dei paesaggi delle grandi avanguardie storiche ha sicuramente segnato lo stile di questa pittura. Si pensi a Il Paesaggio Urbano con Ciminiere di Mario Sironi (1920) o ad alcune teorizzazioni di Umberto Boccioni sugli studi delle forme.
Partendo certamente da uno studio accurato delle correnti avanguardistiche e della storia dell’arte Italiana – Paolo Uccello tra gli altri, che, non a caso, tanto aveva influenzato l’uso dei colori in Charles Sheeler, qui appena citato – Molinari ha creato uno stile singolare, sia per la scelta dei soggetti e delle prospettive, sia per l’utilizzo della tecnica pittorica.
In Basel, 7 (2004), Claudio Molinari ci mostra uno scorcio di struttura, un angolo visuale particolare su tre caseggiati che appaiono al di sotto di un cielo chiaro, privo di nubi, isolato nella sua luminosità. In Kaiserlautern (2005) sembra quasi che le strutture e gli esercizi di Piet Mondrian servano all’artista come griglia di lettura per i suoi oggetti, come lente negativa che permetta la visione di una purezza – innocenza? – coloristica che altrimenti sarebbe impossibile. Troviamo esempi ancora più significativi in questo senso in Struttura 3, Stadtrand 4, Diga, che si possono osservare sul catalogo Torri – Towers curato da Alberto Tamassia e introdotto da Dino Pavesi.
La Mole Antonelliana (2006) si affaccia sulla tela come se venisse osservata da una prospettiva insolita, da un luogo basso e straordinariamente vicino alle pareti esterne. I suoi colori sono vivi, irreali, quasi sgargianti come vetrate delle sinagoghe di chagalliana memoria (l’edificio era stato costruito, tra l’altro, per essere un luogo di culto ebraico). Un atteggiamento pittorico naïf riscontrabile anche in Lugano 4 (2004), mentre in Savona 5 (2005) il filtro per osservare il mondo circostante sembra arrivare direttamente dagli Ossi di Seppia e dalle spiagge sabbiose di Filippo de Pisis.
I due quadri della serie Intorno al Lago di Lugano 6 – 7 (2005) presentano paesaggi quasi incompleti (soprattutto per quanto riguarda la connotazione coloristica e di profondità realistica), come se la parte più comunemente esplicita dovesse rimanere fuori dalla tela. Un esempio di maieutica che partorisce, dell’idea, solamente il talento di fondo. Siamo di fronte al valore aggiunto che avrebbe fatto, in una tela compiuta, la differenza tra semplice paesaggismo naturalistico e opera d’arte moderna. Un’operazione di ulteriore sottrazione a scorci già essenziali nella loro luminosità, nella loro semplicità provinciale: tornano in mente i paesaggi di Giorgio Morandi e in particolare i suoi disegni per le illustrazioni della raccolta poetica Sole a Picco di Vincenzo Cardarelli – e ci fa sorridere poterli osservare, in questo caso, incompiuti.
All’interno della mostra allestita a “La Dolce Vigna” di Agliano Terme, si possono ancora ammirare la Torre Velasca – MI (2008), e due studi di nudi femminili: Mareggiata e Sera (2002). Questi ultimi forniscono un valido esempio di quanto l’autore abbia lavorato in passato allo studio di forme espressive, stilizzate, che raccolgano, da una sola tonalità di colore, la forza per darsi all’osservatore come statue di compiuta bellezza. In un percorso che attraversa e abbandona definitivamente forme estetizzanti e decorative, il linguaggio del pittore approda a un segno personale, difficilmente confondibile. Questi raggiunti equilibri di tratto e colore tentano (nel duplice significato di tentativo e tentazione artistica) l’esperienza metafisica dell’essenza e della purezza.

Ivan Fassio


Luglio 15, 2009

 

 

Lo specchio attende l’ora incerta, impaurita, la tua trincea. Di parole ferisci e nel balbettio perisci, affogato, sulle rotte cancellate dalla marea.

La descrizione di te si fa presuntuosa, bomba a orologeria, strada minata esposta a troppi sensi di marcia. Confusione: brusca bisbetica ti si rivolge contro.

Il sentiero che percorri si annoda, sale e scende invidioso, profana qualche angolo immacolato, forza perentorio il cammino verso un traguardo inventato, un gioco bambino, innocente e insensato.

 

Ivan Fassio

 


Luglio 15, 2009

 

L’erba alta

Ti nasconde – eri ancora un bambino -

Tuttavia non sei mai stato uomo,

Orde di genti strane

Ti hanno portato fin qui,

Nelle case dei tuoi avi,

Nei prati in cui correvi.

 

Hai affinato le tue tare

Con astuzia e con ardore:

Infine, inutilmente, hai creato.

 

Ivan Fassio


Luglio 15, 2009

 

Eppure racconta ancora una volta

Questa eco stonata

Tornata attraverso una spessa folata

Di vento.

 

Eppure racconta, ancora, irritata

Mossa allo spregio,

Passata dai rulli,

Nei rovi impigliata,

s’è incastrata nel leggìo…

 

L’ascoltiamo e ridiamo

Povera cosa malata

Portasse una buona notizia

Non la solita storia stantìa.

 

Ivan Fassio


Luglio 15, 2009

 

Nella sua notte spirituale

- Sguardo spiritato

Accoltellava il cuscino -

Scrisse due frasi, anonime, innocue.

Furono ripetute per anni

e poi scordate. Nessuno mai seppe

A chi eran riferite.

 

Ivan Fassio


Luglio 14, 2009

 

Quanta pazienza – santa! –

Nelle mie omissioni:

Per uomini impossibili

Immagini svanite

Quadri capovolti

Frasi interminabili.

 

Frulla, sbatte, stenta,

Questa volontà

S’annuncia,

Almeno gemesse

Sarebbe – quasi un rifiuto –

Come negare qualcosa a qualcuno…

 

Che spreco, peccato!

Non riuscire

A levarle quel nervo

Quella punta di vita

Che frigge, che stride,

Che non lascia un’uscita.

 

Ivan Fassio


Frammenti e Scritti Vari – Franz Kafka – I

Luglio 14, 2009

 

 

Di che piangi, anima derelitta? Perché svolazzi intorno alla casa della vita? Perché non guardi lontano, verso il mondo che ti appartiene, invece di lottare quaggiù per ciò che è estraneo? Meglio una colomba viva sul tetto che, in mano, un passero mezzo morto, che si difende convulso.

 

Sotto ogni intenzione si acquatta la malattia come sotto una foglia d’albero. Se tu ti chini per vederla ed essa si sente scoperta, salta su, quella magra e muta malignità, e invece che schiacciata, vuol essere fecondata da te.

 

Esiste solo un punto d’arrivo, ma nessuna via; ciò che chiamiamo via non è che la nostra esitazione.

 

Siccome il bosco respira sotto il chiaro di luna, ora si contrae, diventa piccolo, fitto, gli alberi si ergono verso l’alto, ora si allarga, scivola giù lungo tutti i pendii, si fa basso cespugliame, meno ancora:lontano chiarore nebbioso.

 

Il mutismo è uno degli attributi della perfezione.

 

Lungo il viale, una persona non finita, il brandello di un impermeabile, una gamba, la tesa anteriore di un cappello, e la pioggia che si sposta rapida di qua e di là.

 

Che cosa ti disturba? Che cosa strappa gli ormeggi del tuo cuore? Che cosa va tastando la maniglia della tua porta? Che cosa ti chiama dalla strada senza voler entrare dal portone spalancato? Ahimè, è proprio colui che tu disturbi, del quale strappi gli ormeggi del cuore, della cui porta vai tastando la maniglia, che tu chiami dalla strada e attraverso il cui portone spalancato tu non vuoi entrare.

 

Avvolgi il tuo mantello, alto sogno, intorno al bambino.

 

Il pensiero giudicante saliva tormentoso attraverso i dolori, aumentando lo strazio e non portando alcun sollievo. Come se in una casa che sta per essere distrutta dalle fiamme ci si ponesse per la prima volta il problema della sua architettura.

 

Raccolti i resti.

Le membra , beatamente, sciolte,

le ginocchia rilassate

sotto il balcone al chiaro di luna.

Sullo sfondo un po’ di fogliame,

nerastro come capelli.

 

Il relitto di un naufragio, caduto in acqua nuovo e bello, dilavato e avvilito per anni e anni, finalmente sfatto.

 

E’ un mandato. Secondo la mia natura, posso assumere solo un mandato che nessuno mi ha imposto. In questa contraddizione, sempre e soltanto in una contraddizione io posso vivere. Ma tutti, in fondo, giacché vivendo si muore e morendo si vive. Così come, ad esempio, il circo è attorniato da un  telone, per cui nessuno che non sia dentro di esso può vedere qualcosa. Qualcuno, però, trova un forellino nel telone e così può vedere anche da fuori. Naturalmente, se ce lo lasciano stare. Tutti noi ci lasciano stare lì per qualche istante. Naturalmente – secondo “naturalmente” – in genere da un simile forellino si vedono soltanto le schiene degli spettatori in piedi. Naturalmente – terzo “naturalmente” – la musica si sente comunque, e anche le voci degli animali. Finché si cade svenuti di terrore tra le braccia del poliziotto che ha l’incarico di girare intorno al circo e che ti ha solo battuto leggermente sulla spalla, per farti notare quanto sia sconveniente che tu guardi con tanta avidità senza aver pagato un soldo.

 

Franz Kafka, Frammenti e Scritti Vari (Traduzione Italiana di Ervino Pocar)


Luglio 13, 2009

 

“Non credere, sempre fraintendere” ti ripeteva e non capivi, e fraintendevi.

In cima e in fondo sta il dolore, nel mezzo il valore aggiunto, il libero arbitrio, l’esercito delle parole.

S’ammucchiano sotto alla lingua, dietro alle palpebre, in fondo alle orecchie, nei pori e nel naso: le cose da dire.

 

Suono di fucile che si arma

Il fiato dalla spina traspira

Stringevi verità sottili

Nella scena che arrossiva.

 

Nella sera che arrossava

Serravi piano il chiavistello

Ti calavi nel maggengo

Lenta l’erba maceravi

Non pensavi.

 

_ . _ . _

 

 

Lungo viaggio nella sera autunnale, tra le braccia di antichi pensieri, mentre cupa la febbre ti guida. Alla finestra, in silenzio, tu e l’amico osservate un paesaggio mutare, i vecchi muri scrostarsi pian piano. Tra i viottoli stanchi, un campanile, giallognolo, si colora alla pioggia: il paese, acquoso, si riveste di nuovo.

Il vino che assaggi ha un gusto focoso, le tue labbra s’arrossano, i tuoi occhi si agitano. Languido, un dolce pallore ti purifica, ti beatifica.

L’amico ti scruta, assonnato, e ti offre un altro bicchiere.

Accettando, vedi scendere una notte stellata, in un battere d’ali stagliarsi all’orizzonte, incorniciata.

Curioso, la osservi stramazzare sul selciato.

 

Simpatia come religione

Ha le chiavi del paese

Libero ingresso al campanile.

 

Da fuori il tempo s’arresta

Quel tanto che può, nell’ora di festa:

Non ti lascia ferito un’assenza,

Del ricordo ti godi il silenzio.

_._._

 

 

 

 

 

S’interrogò sul mistero del genio del cuore, che frantuma strati di ghiaccio e li fa ribollire, e parlò di parole possedute e studiate. Lo ascoltavano tutti ma nessuno annuiva, lo ascoltavano ancora e già il primo dormiva.

 Mentre la sera tendeva alla notte e facili stelle congelavano piano, accavallava le gambe e indossava gli occhiali. Alba diafana o crepuscolo acceso?

Di questo sogno d’insonnia non ebbe il tempo di prendere nota: ballava la logica sulle parole stanche, belle e vere, calde appena morte – mentre il sonno ammaliava le palpebre.

 

I libri impolverati

Accatastati alle mie spalle

Ora odiavo

Con le mie forze da schiavo.

 

La sera era soltanto studiata

Mandata a memoria, laccata.

Mai avevo annusato

Il suo seno

Mai intuito il mistero

Scavato il terreno.

 _._._

 

 

Figura si muove, tra oscuri segnali, insicura. Corre, s’inceppa, ruzzola, cade ed incespica. Urla, bestemmia, s’arresta, sospira.

Ombra rincorre, al sole cocente, sparuta. S’allunga, si stira, rigonfia, assottiglia. Ritmica segue, comica inerme.

Figura s’incontra nel vetro di fronte, si specchia, si chiama, si trova una volta, due o tre, forse più. Figura si volta, mi vede, m’abbraccia, ricorda. Forse non parla, balbetta: non pensa, fischietta.

Figura ritorna, costretta, immagine netta si staglia, impaurita, sulla strada vecchia. Non sa di esistere, povera e stanca, e se anche sapesse, dubbia e penosa, non saprebbe perché.

Noi la sogniamo, la vediamo, chissà, talvolta speriamo, ma non la capiamo.

 

Testimonianza di noi

Sta cuocendo al sole

- Frigge nell’aria e balugina -

Come manifesto al muro

Che scioglie a sera

Il suo calore nell’afa.

 

Sgranando sillabe

Nel colmo imbarazzo

Intravedi brillare

Nel mezzogiorno irreale

Un’oasi del vero. 

 

 

 

Ivan Fassio