Settembre 12, 2009

“Avrete, delle vocali, il suono. Ma sul loro colore congetturerete invano”
Guido Ceronetti


Settembre 10, 2009

 

Chiama la parola una storia inventata.. Chiamala parola tu che l’hai smascherata!

S’apre un varco nel tuo equilibrio, sconcerta la scoperta della trappola, tremenda eppure ludica. Terribile fiume di discorsi sprofonda, gorgogliando, nell’orrido dell’ovvio e dell’oblìo. Inspiegabile articolo, sentinella al golgota del tuo balbettìo. Con gotico sospiro preghi la vita perchè viva, implori l’estate perchè esista, giuri sull’incurante testa degli angeli e dei santi..

La parola chiama la circonferenza perfetta, chiamala da un cerchio abbozzato, infinito. Il volo della tenebra non dà pace, con certezza, è sempre appena incominciato.

Da guglie ti sporgi, assetato, estasiato, ai bordi dell’ebbrezza. L’anima è scura armatura che scuote, disperata, la base della cattedrale, i tuoi piedi iniziano a planare, la carne liberata – in cruda luce – ha strappato il collare.

Ci hanno dato la voce, i colori, la materia e gli odori. Ad ognuno manca un tassello per entrare nell’altro, per bramare un estraneo, per scavare in seno a un cielo diverso.

Povera bestia malata, muore al sole, calpestata, chiamando la parola immacolata, dispersa. Bolle il sangue dell’enigma nella voce strozzata.

 

Ivan Fassio

 

 

 


Frammenti

Settembre 5, 2009

I

A chi è destinato il nostro blaterare,
Per quanto si possa trasformare,
Per quanto ci possa cambiare?

Il tuo cervello fa la ruota
Pavoneggia per ciò che compone.
Crederà infine alla necessità
Che tutt’altro significhi ciò che propone,
Il suo ostinato tentare, il suo amore.
Saprà in tempo, con stupore,
Che ogni tradimento è pur sempre creazione?

II

Si muove nube beata
Nell’ora fresca serale
Quando stendevi bambino
Il tuo corpo, il caldo sentivi
Del prato svanire.

Sfiorisce il tuo tardo crepuscolo
Per me e per ognuno
Che possa descriverlo,
Per te e per qualcuno
Che possa afferrarlo.

III

Ci rubavamo l’un l’altro gli stracci
Nella serata inconsolabile
Nello scompartimento strapieno.

Fare chiasso era il nostro dovere
- Anime stanche ammalate -
Infastidire il nostro prossimo
Diventava mestiere.

Eravamo bestie in torride galere,
Fumava il nostro treno sgangherato
Che ci trainava nel vuoto
Senza un futuro, un passato.
Al nostro collo mai un laccio allentato.

IV

L’ingiallita carta
Di questo libro che stringi
- Ricordati -
E’ stata il sogno
Di pomeriggi spenti,
Il pensiero maligno
Di un viso che sbianca
Di una parola che stinge.

Ivan Fassio


Agosto 31, 2009

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


Agosto 28, 2009

 

So di essere spirito:

Respiro, sospiro, tremula

Anima d’acqua e sale.

Sogno incantato le stelle,

Piante, montagne e colline,

Fonti, mari, ruscelli ghiacciati.

 

In coro, dovremmo ripetere in coro:

Che questa non sia mai la realtà,

Rimanga per sempre

L’illusione che sembra, così!

 

Ho sognato la casa percorsa dal vento

Dove incontravo mio padre da giovane

In camere buie, cantine, dopo millenni

In cortili ombrosi, pieni di foglie, tra i pini.

Lo guardavo e tacevo e correvo.

Scappavo contento per poi rincontrarlo

Per stanze mai viste, a osservare i muri

Odorosi, scavati dall’acqua, umidi e scuri.

 

In coro, dovremmo ripetere in coro:

Che questa non sia mai la realtà,

Rimanga per sempre

L’illusione che sembra, così!

 

 

Ivan Fassio


“I shall be released” – “Disease of Conceit” – Bob Dylan

Agosto 22, 2009

Si dirà che tutto può essere rimpiazzato
Si dirà che qualsiasi distanza non è mai vicina.
Per questo motivo, ricordo ogni volto
Di ogni uomo incontrato fin qui.
Scorgo la mia luce che inizia a brillare
Dall’Occidente fino ad Oriente:
Da oggi in poi, ogni giorno
Potrò essere salvato.

Certo a ogni uomo serve protezione,
E forse ogni uomo è destinato a cadere.
Giuro eppure d’aver visto il mio riflesso
Chissà in quale alto punto di questa torre.
Scorgo la mia luce che inizia a brillare
Dall’Occidente fino ad Oriente:
Da oggi in poi, ogni giorno
Potrò essere liberato.

In piedi accanto a me in questa triste folla
Sta un uomo che giura di non poter essere biasimato.
Per tutto il giorno lo sento urlare così forte
Lamentandosi di esser stato intrappolato.
Scorgo la mia luce che inizia a brillare
Dall’Occidente fino ad Oriente:
Da oggi in poi, ogni giorno
Potrò essere perdonato.

_ _ _ _ _

Molte persone soffrono stasera
Della malattia di vanità
Quanta gente stanotte dispera
Per malattia di vanità!
Scendi in strada
Vicino al confine,
Fruga nei tuoi sensi
Con il corpo e con la mente:
Non c’è nulla che sia dolce
Nella malattia di vanità.

Moltitudini di cuori
Si spezzano o scuotono stasera
Per malattia di vanità.
Fa un passo nella tua stanza
Ti mangia l’anima,
Sui tuoi sensi
Non avrai alcun controllo,
Non c’è nulla di troppo discreto
Se si tratta di vanità.

Muoiono e piangono stanotte
Per malattia di vanità.
Viene fuori dal nulla
E il conto t’aspetta,
Dal mondo esterno
La pressione rincarerà,
Ti tramuterà
In un pezzo di carne
La tua vanità.

Vanità è un disagio:
I dottori non trovan cure.
Tante ricerche son state svolte
ma nessuno è ancora sicuro.

Stanotte tanti problemi per molti,
Tante persone vedono doppio
A causa di vanità.
Ti porta manie di grandezza
E un occhio cattivo,
Ti dà l’idea di esser troppo buono per morire,
Invece ti seppelliranno tutto intero
A causa di vanità.

(traduzione mia. Ivan Fassio)


Agosto 22, 2009

Amplificati i sensi
Ne ha tradotto i modi ingigantiti
Nei piccoli e grandi infiniti:
Così la parola come pietra pesa.


Luglio 26, 2009

Il più grave tra ogni sforzo l’agonia di sé: gioioso torpore nella creta del mondo

Occorre librarsi dal suolo, prendere il volo a due mani e portarlo al comando.

Come un bambino che sfiorare il lampadario voglia – il suo volere è un’essenza -

Ché ormai luce, i colori sono entrati negli occhi, un miraggio d’oasi riverbera

E gli occhi non sono presenza ma puro scenario, claudicante abbaglio d’estasi.

Paesaggio fuori fuoco s’offre a noi perdenti, ai viaggiatori, innocenti, sognatori

Quando nel centro del dolore si volge il desiderio – retaggio d’ogni antico sfacelo -

In desolato sguardo su scorci spopolati, inumani spazi: siano palazzi, nuvole o cielo.

Ivan Fassio


Luglio 23, 2009

Da anni s’apprende al grigio palazzo un sottile pulviscolo. Dalla rotaia metallico ricciolo schizza al passaggio del tram che scintilla. Ti mette paura di avercelo in bocca: un pezzo di ferro, una traccia residua. S’accumula, in aria più densa, particella da trapani, cantieri, ponteggi. Al sole la gomma si scioglie, si ripara il piccione all’ombra d’un vecchio balcone, becca briciole sporche, nerastre, tra penne che perde e suole di scarpe. Il mattone consuma, l’intonaco scrosta, spazzatura cuoce in bidoni scottanti, fuma un vapore acidulo, spesso. Si scheggia il legno sotto vernici fetenti, e il fiume non porta conforto, s’insinua tra rive stracolme di oggetti, che nessuno frequenta.
Il vecchio cammina indolente, l’udito risponde soltanto al fischietto del vigile, al clacson dell’auto. Talvolta osserva una chiesa, una statua, ma non sente campane, né suono d’organi, né processioni. Il vecchio conta i fili che tramano sulla città, ne vede migliaia: luce, tranvai, telefono; e immagina i tubi che crescono scuri di piombo dal sottosuolo alla grondaia: acqua, scarichi, gas, tra costruzioni anonime, penuria d’anime.

Ivan Fassio


Linee di Confine e Percezioni del Reale

Luglio 16, 2009

Linee di Confine e Percezioni del Reale – La Pittura di Claudio Molinari

“Forse non sono molto umano. Il mio desiderio era di dipingere la luce del sole riflessa sul muro di una casa” Così scriveva, al termine della carriera, Edward Hopper. Le sue opere, che hanno rappresentato tanto il paesaggio della metropoli quanto momenti della vita della provincia Americana, non mirano certo alla creazione di effetti psicologici e non cercano di muovere l’osservatore verso possibili interpretazioni simboliche. Si tratta, pertanto, di una pittura che si concentra sui segni stessi, raccolti nella loro opacità, esplorati nelle possibilità di percezione che offrono al fruitore.
I quadri di Claudio Molinari esposti al “Wine Bar La Dolce Vigna” di Agliano Terme approdano, ad un primo sguardo, verso alcune di queste istanze. Le torri, i caseggiati, le architetture, i paesaggi presentati sulle tele hanno abbandonato ogni punto di vista umano e si stagliano in un massimo di oggettività straniante. Ogni facile emotività è bandita e la rappresentazione si regge sull’espressione di un momento tanto unico e irripetibile quanto impossibile.
Gli argomenti di questa pitture possono apparire all’osservatore come parti di un catalogo che, invece di mostrare caratteristiche meramente architettoniche o paesaggistiche, metta in luce la carica di possibilità percettive che emerge dall’essenza, dall’irrealtà isolata in cui sono colti.
Il lavoro del pittore si incentra così sullo studio delle forme, dei punti di vista, delle prospettive e su un trattamento del colore che predilige l’accentuazione di tonalità piene, la delineazione di contrasti, l’utilizzo raro di sfumature in funzione alienante. I modi di questa arte non ammettono visioni panoramiche realistiche e coinvolgenti né, tantomeno, impressioni compatte che trattino la materia nel suo semplice apparire fenomenico.
Non ci sono di aiuto soltanto le suggestioni iniziali di Edward Hopper, quindi, perché, dopo attente osservazioni, ci si può rendere conto del filone tematico in cui l’artista, a buon diritto, rientra.
Franz Marc, l’esponente illustre del “Blaue Reiter”, voleva raggiungere, nei suoi famosi quadri di animali e nelle sue opere più astratte, “il lato più intimo e spirituale della natura” e rendere le sue creazioni “di colore puro”. Mirava ad un rappresentazione ridotta all’osso e giungeva, nel suo ultimo periodo, al tentativo di dipingere sempre attraverso l’uso di forme semplificate, essenziali.
Allo stesso modo, Molinari giunge spesso alla scomposizione di architetture in parti elementari, trattate con colori che si presentano compatti, isolati nella loro scabra semplicità. L’idea è quella di presentare ogni struttura come nuda, pura, presentata nel suo valore più intimo.
Come non pensare, naturalmente, al precisionismo Americano di Charles Sheeler, alle sue visioni metropolitane, ai suoi punti di vista oggettivanti e distaccati su agglomerati urbani, su costruzioni industriali, su ciminiere fumanti. Come non annoverare, ancora tra i grandi precedenti, la fotografia analitica e critica di Alfred Stieglitz, l’esaperato realismo pittorico di Isaac Soyer, l’uso dei colori in alcuni quadri di Joseph Stella. L’esempio dei paesaggi delle grandi avanguardie storiche ha sicuramente segnato lo stile di questa pittura. Si pensi a Il Paesaggio Urbano con Ciminiere di Mario Sironi (1920) o ad alcune teorizzazioni di Umberto Boccioni sugli studi delle forme.
Partendo certamente da uno studio accurato delle correnti avanguardistiche e della storia dell’arte Italiana – Paolo Uccello tra gli altri, che, non a caso, tanto aveva influenzato l’uso dei colori in Charles Sheeler, qui appena citato – Molinari ha creato uno stile singolare, sia per la scelta dei soggetti e delle prospettive, sia per l’utilizzo della tecnica pittorica.
In Basel, 7 (2004), Claudio Molinari ci mostra uno scorcio di struttura, un angolo visuale particolare su tre caseggiati che appaiono al di sotto di un cielo chiaro, privo di nubi, isolato nella sua luminosità. In Kaiserlautern (2005) sembra quasi che le strutture e gli esercizi di Piet Mondrian servano all’artista come griglia di lettura per i suoi oggetti, come lente negativa che permetta la visione di una purezza – innocenza? – coloristica che altrimenti sarebbe impossibile. Troviamo esempi ancora più significativi in questo senso in Struttura 3, Stadtrand 4, Diga, che si possono osservare sul catalogo Torri – Towers curato da Alberto Tamassia e introdotto da Dino Pavesi.
La Mole Antonelliana (2006) si affaccia sulla tela come se venisse osservata da una prospettiva insolita, da un luogo basso e straordinariamente vicino alle pareti esterne. I suoi colori sono vivi, irreali, quasi sgargianti come vetrate delle sinagoghe di chagalliana memoria (l’edificio era stato costruito, tra l’altro, per essere un luogo di culto ebraico). Un atteggiamento pittorico naïf riscontrabile anche in Lugano 4 (2004), mentre in Savona 5 (2005) il filtro per osservare il mondo circostante sembra arrivare direttamente dagli Ossi di Seppia e dalle spiagge sabbiose di Filippo de Pisis.
I due quadri della serie Intorno al Lago di Lugano 6 – 7 (2005) presentano paesaggi quasi incompleti (soprattutto per quanto riguarda la connotazione coloristica e di profondità realistica), come se la parte più comunemente esplicita dovesse rimanere fuori dalla tela. Un esempio di maieutica che partorisce, dell’idea, solamente il talento di fondo. Siamo di fronte al valore aggiunto che avrebbe fatto, in una tela compiuta, la differenza tra semplice paesaggismo naturalistico e opera d’arte moderna. Un’operazione di ulteriore sottrazione a scorci già essenziali nella loro luminosità, nella loro semplicità provinciale: tornano in mente i paesaggi di Giorgio Morandi e in particolare i suoi disegni per le illustrazioni della raccolta poetica Sole a Picco di Vincenzo Cardarelli – e ci fa sorridere poterli osservare, in questo caso, incompiuti.
All’interno della mostra allestita a “La Dolce Vigna” di Agliano Terme, si possono ancora ammirare la Torre Velasca – MI (2008), e due studi di nudi femminili: Mareggiata e Sera (2002). Questi ultimi forniscono un valido esempio di quanto l’autore abbia lavorato in passato allo studio di forme espressive, stilizzate, che raccolgano, da una sola tonalità di colore, la forza per darsi all’osservatore come statue di compiuta bellezza. In un percorso che attraversa e abbandona definitivamente forme estetizzanti e decorative, il linguaggio del pittore approda a un segno personale, difficilmente confondibile. Questi raggiunti equilibri di tratto e colore tentano (nel duplice significato di tentativo e tentazione artistica) l’esperienza metafisica dell’essenza e della purezza.

Ivan Fassio


Luglio 15, 2009

 

 

Lo specchio attende l’ora incerta, impaurita, la tua trincea. Di parole ferisci e nel balbettio perisci, affogato, sulle rotte cancellate dalla marea.

La descrizione di te si fa presuntuosa, bomba a orologeria, strada minata esposta a troppi sensi di marcia. Confusione: brusca bisbetica ti si rivolge contro.

Il sentiero che percorri si annoda, sale e scende invidioso, profana qualche angolo immacolato, forza perentorio il cammino verso un traguardo inventato, un gioco bambino, innocente e insensato.

 

Ivan Fassio

 


Luglio 15, 2009

 

L’erba alta

Ti nasconde – eri ancora un bambino -

Tuttavia non sei mai stato uomo,

Orde di genti strane

Ti hanno portato fin qui,

Nelle case dei tuoi avi,

Nei prati in cui correvi.

 

Hai affinato le tue tare

Con astuzia e con ardore:

Infine, inutilmente, hai creato.

 

Ivan Fassio