Agosto 21, 2008

 

L’atleta si destreggia e attende al gran finale con mosse sensuali e calcolate. Lucidità s’intuisce nel lavoro cupo, volontario, che scava un corpo e all’ovvio lo conduce senza scarti, alla regola modella i suoi pensieri. Come pagina, si piega, ad un suo gesto, un’apparenza.                                                          Ma sentivamo la vita a repentaglio – onda assurda chiama e culla – se immaginavamo rappresaglia di noi stessi, nostra passata e futura assenza: e la finzione, finalmente necessaria, s’insinuava e traduceva in slancio. L’unica disciplina umana, affascinante, scoprivamo: fosse il lamento d’un attimo, canto così sgraziato da commuoverti, frammento scagliato sul momento a squarciare una realtà. S’indovinava il genio, che, allacciato alla tua vita, riproduce, crea assordante, spinge: in stati di grazia, in un immacolato presente, come parola si propaga. Crudele palio evanescente, sregolato, si divincola impotente, e mette in gioco un’esistenza!

 


Agosto 4, 2008
Deve darsi come incomprensibile, contorta e instabile questa lettera che scrivo a te, al mondo, al futuro. Questo passo di danza fuori tempo, questa voce tonante che si smorza, partitura franta che inciampa, discorso che passeggia sbieco e s’interrompe. Da leggersi come disumana, per una volta almeno, così piano o così forte che non s’indovini un contenuto, che un messaggio – vana speranza – non riesca a trapelare. Richiede uno sforzo appena, un coraggio da animale, una volta per sempre e poi mai più!

 


Agosto 4, 2008

Figura si muove, tra oscuri segnali, insicura. Corre, s’inceppa, ruzzola, cade ed incespica. Urla, bestemmia, s’arresta, sospira.

Ombra rincorre, al sole cocente, sparuta. S’allunga, si stira, rigonfia, assottiglia. Ritmica segue, comica inerme.

Figura s’incontra nel vetro di fronte, si specchia, si chiama, si trova una volta, due o tre, forse più. Figura si volta, mi vede, m’abbraccia, ricorda. Forse non parla, balbetta: non pensa, fischietta. Figura ritorna, costretta, immagine netta si staglia, impaurita, sulla strada vecchia. Non sa di esistere, povera e stanca, e se anche sapesse, dubbia e penosa, non saprebbe perchè.

Noi la sogniamo, la vediamo, chissà, talvolta speriamo, ma non la capiamo.

 


Luglio 21, 2008

Nella vigna si muore: per questo, a due passi, ci sta il cimitero. E tu sei sull’albero, appeso, mentre ti pare di vedermi cadere. Le tue mani, come ali, pronte a smetter di planare, il tuo cuore una fossa da iniziare a scavare.  

Nella vigna si muore, la luce verde dell’erba ti appare più scura, la terra si scrosta e inizia a tremare. Tra i capelli ci sono conchiglie, le lische, i tesori del mare. Sul palo s’aggrappa un corvo che sa di cadavere, che ha piume, zampe, becco troppo reali: e nei tuoi occhi aleggia il terrore d’iniziare a svanire.

 

 

Senza avvertimento, d’incanto,

Ti giunge l’avviso – ogni giorno -

D’essere irreale, di non durare

Più d’un battito d’ali, e sai spiegare

- Questa paura di un momento -

Con ragionamenti inusuali.

Osservi la natura cambiare colore

Rivelare un suo lato splendente

Un odore pungente e improvviso.

Con acume hai compreso

Che tra i grappoli e i tralci

- Sotto una scorza di vita -

Una realtà spugnosa s’annida

Condivisa e ingannevole, odiosa,

Che tu provi e non riesci a sfiorare.

 

 


Giugno 27, 2008
Per il vecchio pittore il quotidiano s’apparecchia sulla sbieca tavolozza. E ad opera completa, su tovaglia che strabocca di macchie, insisteva il pennello nei tratti di piatti e bottiglie. Non per te, che di notte indugi su insondati abissi, le forme sussistono. E da magro schermo, nell’azzardo del buio, riconosci un’immagine che scatta. Nei tuoi densi palpiti, fissi l’angolo – ingannatore? – che ti fa immaginare, e la notte s’allunga e diventa un colore – da ricordare. La mattina allarmata riporta al quadro finito, un raggio lo indica immutato – mentre tu, risvegliato, ritorni a sognare.

Per il vecchio pittore s’apparecchia
Il quotidiano vivere su sbieca tavolozza.
L’opera completa è tovaglia di macchie
Che strabocca, il pennello insistendo
Su tratti di piatti e bottiglie. Di notte
Per te non sussiste lo scherzo, riconosci
Nell’abisso che oltrepassa, scattare
Un’immagine che muove e passa.
Il cuore s’ingola, s’allunga la notte,
Fai tesoro del nuovo colore che svelto lascia!
E tremano ancora il tuo umore e il tuo senso.  


Giugno 25, 2008
Nella tua sera così spirituale, insonne, ti ritrovi stanco e assetato: abbastanza hai fallito per oggi. Senza indugi rivolgiti al luogo dei reietti per calmare i disagi e recitare una parte! Risparmiano parole per scandirle ad alta voce: questo non piace, così sono soli senza saperlo. Hanno fisionomie fantastiche create al momento dall’isolamento, sono i re di tutti i temporali e non rincasano mai in tempo.
Con lo zoppo si parla di ingrati, degli amici scappati e mai più perdonati. Già sai che il monco sta contando i discorsi, si arrende per niente. Pensa ai figli e ai soldi tra un sorriso, lo guardi e se ne va, spinto più che deciso. Tre vecchi sostengono di non saper spiegare e il matto non si capisce più da mesi, bava alla bocca e unghie lunghe, parlava dialetto. Ti immagini sordo e ammalato, ti manca sensibilità, e t’attraversano frasi che non s’usano più: il tuo cervello è il cimitero dei giornali e degli spazi abusati, la tua consapevolezza attuale abolita. Infine ragioni come i pochi ed è già molto, sei sul treno delle minoranze impensabili e sono le tre di mattina.
Su queste colline non c’è più nessuno, soltanto stranieri, anelli al dito e mani sporche. Sulle tue strade non più carretti, nessun gregge, qualche lucciola. Non passano più i bei tempi d’un tempo e non c’è futuro per questo presente. 

Sei in preda al panico, ridi, precipiti
E a questo mondo non va di crepare.
Un tramonto spirituale, quasi dipinto,
Ti spinge ad entrare tra gli indistinti.
La loro fantastica immagine affascina
Curva dalla fatica dell’unicità del momento,
Infine ti spinge ad annullarti, sperduto:
Diventi la frase colorata in bocca
Agli isolati, diventi bestemmia
Urlata per vanto dall’analfabeta.
Queste colline sono disabitate, suonano vuote,
Non aver paura dell’albero che fischia,
Del gufo che occhieggia, del passo lento,
Della strada di pietra, del tempo che non passa.

 

 


Aprile 8, 2008
Se salire e scendere lungo il dorso di un colle fosse come recarsi a una fonte, allora un compito faticoso porterebbe almeno un sorriso. Ma non ci sono fonti, e nemmeno pozze. Se fiumi di persone strepitanti sul selciato giungessero a una piazza, allora una facile meta consolerebbe almeno un poco. Ma non ci sono piazze, e nemmeno fontane.                                   Non c’è una timida brezza ad accarezzare il lago, né brume sottili a sfiorare le sponde. Soltanto rive esistono: dove tutto si accumula. Non hanno giusta collocazione parole esatte, e nemmeno segmenti rette frecce punti. L’indefinitezza trova dignità, in questa grammatica, nel breve tempo possibile. E se, ancora poco fa, polvere non veniva pronunciata mai, basta un attimo e c’è polvere su tutte le cose, dettata e scritta – su muri che già non impolvera più, su opere prima condivise e poi scordate.. Per questo, timido è, per ora, il lago, sottile è il fango, scritte sono tutte le cose!
 

 


Aprile 8, 2008

 

Speranza chiama – cieca tra le imposte, nel facile clamore del mattino, dalle finestre accese, sfrecciante su auto in corsa, nel pomeriggio ozioso, al telefono per ore – ancora. Che tu sia tu ed io sia io, che il cielo gonfi ogni mattina ai nostri occhi, che la luce veda ancora i propri frutti, che ci si scavi pian piano uguale, in movimento o fermi, una casa in questo spesso mondo.


Luglio 16, 2007

Un falso profilo fa la tua psicologia:

un occhio ti spia da dietro al naso,

prospettiva spianata da un neo,

visti i baffi di fronte, son mosaico

di sbieco barba e capelli.

E i personaggi tutti, nei pensieri,

non si può certo dire che siano vissuti,

la loro introversione – fondale lunare -

scavata nel cuscino sprofonda:

una mattinata sarcastica

ne fa bassorilievo inutile e comico.

Rinfrescati dai sogni, l’alba li scopre

appendere al chiodo una maschera solida.


Febbraio 27, 2007

Il locale era scuro e, come al solito, sembrava non avere pareti. Le poche luci concentrate sui tavoli al centro della stanza. Gli animi raggelati, in principio, pallidi e acerbi: sguardi rari e timidi tra gli avventori. Tutto normale per me, che frequento da anni e vengo considerato da ogni cliente come l’ago della bilancia, come il custode dell’equilibrio. Nonostante i miei lunghi silenzi, il mio volto spesso imbronciato, l’atteggiamento naturalmente disinteressato, mi distinguo come l’unico ascoltatore, e, nella consuetudine, come l’unica imprescindibile presenza per la continuazione di qualsiasi tipo di rapporto all’interno del locale. Indispensabile sicuramente per la mia capacità di minimizzare, ironizzare, portare – con un cenno, una battuta, un sorriso – la calma su ogni disputa aperta, su ogni polemica.
Questa volta la mia certezza ha vacillato, io stesso ho constatato che, dopo la rissa, sarei potuto entrare, a partire dal giorno successivo, come un semplice frequentatore saltuario. E questo certamente per colpa mia, lo ammetto. Per non aver saputo convogliare sulla mia persona l’interesse di tutti a discussione iniziata, per non essere intervenuto con una parola che potesse portare il discorso verso altre mete. La timidezza di ognuno s’è rotta d’un tratto e i nervi sono saltati. Mai avremmo pensato di assistere addirittura a percosse, a calci pugni insulti.
I contrasti si sono calmati dopo pochi minuti, ogni persona è andata per la propria strada, io soltanto sono rimasto a studiare il momento di pace. Mi hanno ignorato, non hanno chiesto mie opinioni – come accadeva fino a poco tempo fa – e io ho compreso e assaporato la fine. Ora, nessuno sa del mio compito: è scritto per me, l’ho compreso con l’attenzione, con l’osservazione. Tutti loro possono tornare, da domani, per continuare a parlare, a guardarsi, a vivere. E io, che li tenevo in massima considerazione e adoravo, ripetendomi – nelle lunghe giornate insensate – le loro parole mischiate alle mie e i nostri pensieri semplici e schivi, non so se ritornare.

Ivan


Gennaio 23, 2007

Un cielo ramato – ma con più vento – dove il tuo sentimento possa tiepidamente sfiorire, dove il tuo cuore si faccia assonnato. Abbastanza perché l’ultimo puntiglio ti liberi – slacciandosi – dall’inutile trama.

Hai camminato a lungo per questo cielo o vento, queste tre fiaccole d’alberi, questa casa. Un luogo si spegne – in quella sera d’aprile – e l’aria si scalda, cammini da solo in un franco sorriso. Chi precedi? Chi incontri? Nessuno è vissuto qui prima d’ora. Nel momento il tuo passo deciso é un’eco di possibilità, un’atmosfera che incoraggia ti svuota. Un bivio di ghiaia, un pergolato ombroso, l’intonaco del giorno si scrosta su un cielo ramato.

                                                                                                                              Ivan


Gennaio 18, 2007

ARTICOLO DETERMINATIVO

  

Ma cosa si vuol poi raccontare. Storie di chi è nato e vive e che è vissuto?

L’andare e il venire e il come e il per dove. Il figlio del figlio del padre ha capito come?

 

Con tutto ciò che manca e ciò che deve mancare…

La facciata annerita del palazzo vuoto, chissà chi l’ha bruciato, ti fa sentire cieco – volto sfilacciato di pupazzo.

 

Crepitano sul fuoco le castagne ma l’uomo vecchio beve il freddo bicchiere. Ha la bottiglia piena di fumo, tra le mani il giornale bianco, solo a star seduto è già stanco.

S’accende piano una luce al tuo arrivo, d’incanto hai trovato la moneta, è già giorno inoltrato quando hai capito: per slegarti dal nodo alla gola hai pianto.

                                                                                                                                                   Ivan