Agosto 28, 2009

 

So di essere spirito:

Respiro, sospiro, tremula

Anima d’acqua e sale.

Sogno incantato le stelle,

Piante, montagne e colline,

Fonti, mari, ruscelli ghiacciati.

 

In coro, dovremmo ripetere in coro:

Che questa non sia mai la realtà,

Rimanga per sempre

L’illusione che sembra, così!

 

Ho sognato la casa percorsa dal vento

Dove incontravo mio padre da giovane

In camere buie, cantine, dopo millenni

In cortili ombrosi, pieni di foglie, tra i pini.

Lo guardavo e tacevo e correvo.

Scappavo contento per poi rincontrarlo

Per stanze mai viste, a osservare i muri

Odorosi, scavati dall’acqua, umidi e scuri.

 

In coro, dovremmo ripetere in coro:

Che questa non sia mai la realtà,

Rimanga per sempre

L’illusione che sembra, così!

 

 

Ivan Fassio


Luglio 23, 2009

Da anni s’apprende al grigio palazzo un sottile pulviscolo. Dalla rotaia metallico ricciolo schizza al passaggio del tram che scintilla. Ti mette paura di avercelo in bocca: un pezzo di ferro, una traccia residua. S’accumula, in aria più densa, particella da trapani, cantieri, ponteggi. Al sole la gomma si scioglie, si ripara il piccione all’ombra d’un vecchio balcone, becca briciole sporche, nerastre, tra penne che perde e suole di scarpe. Il mattone consuma, l’intonaco scrosta, spazzatura cuoce in bidoni scottanti, fuma un vapore acidulo, spesso. Si scheggia il legno sotto vernici fetenti, e il fiume non porta conforto, s’insinua tra rive stracolme di oggetti, che nessuno frequenta.
Il vecchio cammina indolente, l’udito risponde soltanto al fischietto del vigile, al clacson dell’auto. Talvolta osserva una chiesa, una statua, ma non sente campane, né suono d’organi, né processioni. Il vecchio conta i fili che tramano sulla città, ne vede migliaia: luce, tranvai, telefono; e immagina i tubi che crescono scuri di piombo dal sottosuolo alla grondaia: acqua, scarichi, gas, tra costruzioni anonime, penuria d’anime.

Ivan Fassio


Maggio 19, 2009

 

Si sprofonda nella neve, in quel giorno che accatasta le ore gravi sotto al portico. Come tronco – è quella noia – che recinta il tepore delle carni fino a che s’appressi il sonno. Si restringe, s’assoda e si staglia pesante come un tempio, affinché il corpo intorpidisca nello stagno tra i canneti, alla luce della lampada, nella muffa del cuscino. Chi è il padrone di questa spossatezza, di questo luogo inumidito, di questa quiete indolenzita? Chi, in questa incomprensione, alterna lingue distanti, congiunge gioielli e vaghi presagi, mischia carte usando i dadi? Mentre precipito, nei lenti palpiti, in pesanti respiri immateriali, la grandine s’abbatte sul feroce deserto, frecce si conficcano sparendo sul balcone, la luce della mia stanza illumina e spolvera un solaio. Messaggi imbottigliati da un alito che appanna, da secoli tacevano riposti nel granaio: le tue intenzioni intrappolate esprimono i miei sensi – ne fanno un discorso di frasi interminabili, prolisse ed ostinate, svuotate di parole…

 

Ivan Fassio


Immolazione e offerta

Maggio 19, 2009

 

Che cosa volete da me? Potete ripeterlo lentamente? Ma senza aspettarvi una risposta, sia chiaro. Voi, branco d’asini, persone civili, democratici, smorti, non avete coscienza neppure dell’irresponsabilità che vi portate al collo. Brulicate sui miei paesaggi come bestie in fondo all’oceano, attorcigliati ai vostri oggetti. Informi, umidi, l’occhio spento, incapaci d’ogni silenzio, incapaci d’ogni azione insensata, privi di voce, d’ironia, di parola. E tuttavia parlate. Idioti!

Non saggezza, non pazzia, non ebbrezza, non corpi e menti duttili che s’adattino coraggiosamente, tragicamente, al mondo circostante. Niente di rischioso, nulla di fantasioso. Conoscerete mendicanti menomati che sfidano pericolosi brutti ceffi in partite di biliardo, scommettendo denaro? Oppure falciatori silenziosi, in campi isolati, amanti dell’ombra e della quiete? Conoscerete persone votate all’incoscienza, oppure uomini che leggono perchè non hanno occhi, che scrivono perchè non hanno mani. Non crederete in loro, vero? Non li ascolterete, non riuscireste neppure a rapportarvi alla loro esistenza. Che cosa volete, dunque, da me?

Da bambino vedevo un pericolo, una sconosciuta presenza delirante paurosa dietro ogni cosa casa buio silenzio porta. Ebbene quella presenza ora sono io, mi nascondo nel mio corpo e voi non sapete mentre vi sto assassinando, voi non sapete che vi sto massacrando.

 

Realtà è l’impensabile

A chi sia indirizzata

Sapersi non ci è dato

Non bagliore o sprazzo 

A illuminarci mai.

Mai un vero triangolo

è stato realizzato.

Morte è il risaputo

L’accadere preciso

Cadere dall’albero

L’appuntamento.

Con disappunto lascio

Il pane a chi ha denti

E m’accontento di niente.

 

Ivan Fassio


Gennaio 4, 2009

 

Il portone che spalanchi e varchi è trittico semimovente a rilievo su rame. Scosti il tendone, tra le mani una candela, per la troppa luce non vedi in chi t’imbatti, c’è troppa luce e senti solo suoni sordi ed i tuoi passi.

Soffio di vento smorza la candela e inventa nuovo trucco all’illusione, pian piano indossa una maschera salda la tua attuale visione.

Cerchi e trovi, in questo circo opaco, lo scorcio che da tempo non frequenti. Rivedi il sole che violenta il solido candore del tuo corpo, ritrovi la linea che segna il volto nella tensione creativa del tuo rimuginare.

Indossi ancora drappi e finiture: mille scorze sovrapposte all’identità da scortecciare. A guidarti è la tua acquisita cecità, una Santa Lucia tutta nervi e sensazione ti mostra alcune sue illuminazioni.

Esseri fantastici, nel passato e nel futuro, la santità ti conduce con mano ferma a indovinare: la vampira che muore e muore nel proprio sesso – muore la sua morte ancora e sempre -, l’aliena scintillante di pomate, plastiche, smalto – l’occhio rivolto a un panorama stellare o a un cielo coperto? -. La donna nuda nascosta nelle cerimonie delle dame s’esercita al trapezio, il punto di vista del sole all’alba sul tepore della carne cela un vizio. Inizi ad osservare ogni gesto quotidiano senza la tua consueta fissità e scandagli, senza pause, il fondale dei tuoi sensi.

Ammiri finalmente la nudità coprente di vive statue anestetizzate, la fisicità imperante di cadaverici pezzi da museo, il particolare fotografico di un mondo difettoso, l’ineluttabile e scostante bozzetto di un creatore bizzarro e dispettoso.

 

 

(Composizione ispirata alle opere di Ottavia Boano intitolate La Maschera dell’Illusione, Il Sole, Tensione Creativa, Santa Lucia, La Vampira, L’Aliena, Nuda Coprente, Punto di Vista, Sole all’Alba, Gesto Quotidiano, Fisicità Imperante, Particolare, Bozzetto, Punto di Vista 2 – dalla mostra “Punti di Vista”, Palazzo Ottolenghi, Asti. Le parole in grassetto rimandano, naturalmente, ai titoli delle opere.)

 

Ivan Fassio


Novembre 14, 2008

Tutto ciò che avrebbe voluto, forse, l’avrebbe potuto raggiungere. Egli avrebbe potuto sostare, viso presuntuoso, sotto i signorili pergolati del tempo. La coppa eternamente colma, la pozza di vino calma come lago. Le viti sarebbero ingobbite dai frutti dorati, da sacre mani scolpiti tronchi e tralci. I marmi liquefatti sotto ai campanili udirebbero un suono amplificato, per sempre fissato da campane equilibriste.

Tutto per questa grande sbavatura: fogli si curvavano, si arcuavano sotto alla parola, la grafia fatta corpo, come scolpita, fisica e incisa. Questa condanna, prurito silenzioso, vecchio gioco solitario, d’isolare suoni e ritmi, sezionare urla e spasimi. Scovare risonanze dell’animo e rifarne sensazione.

Oppure, tutto, ancora, avrebbe potuto lasciare. Per lo stesso cutaneo vizio, perdere la vita, ebbro, ai margini di un senso. Spontaneo, rischioso, era il suo continuo furto al corpo che lui era.

 

 


Novembre 2, 2008

 

Lungo viaggio nella sera autunnale, tra le braccia di antichi pensieri, mentre cupa la febbre ti guida. Alla finestra, in silenzio, tu e l’amico osservate un paesaggio mutare, i vecchi muri scrostarsi pian piano. Tra i viottoli stanchi, un campanile, giallognolo, si colora alla pioggia: il paese, acquoso, si riveste di nuovo.                                                                                                       Il vino che assaggi ha un gusto focoso, le tue labbra s’arrossano, i tuoi occhi si agitano. Languido, un dolce pallore ti beatifica, ti purifica. L’amico ti scruta, assonnato, e ti offre un altro bicchiere. Accettando, vedi scendere una notte stellata, in un battere d’ali stagliarsi all’orizzonte, incorniciata. Curioso, la osservi stramazzare sul selciato.

 

 


Novembre 2, 2008

 

Viveva in una contraddizione, venti freddi s’insinuavano nei suoi rifugi, sul dirupo s’affacciava: gonfio e ingombrante, i capelli increspati dal vento. Tentato dalla vertigine si ritraeva, tuttavia, codardo – immagini dall’infanzia gonfiavano ed esplodevano. Lasciavano la sua mente ferita a morte dai colori, dai suoni che si ripercuotevano – in scenario spettrale, incubo assurdo. La natura era estranea, rispondeva ad ondate.

Così diventava quel dubbio e viveva per esso. Imitava, di quella domanda, soltanto i modi, le cadenze, e ne scordava le parole, per sempre. Intuiva, il più distintamente, le tinte forti, i tempi spossanti, le ripetizioni cupe e lente. Custodiva un doppio fondo: una realtà mai svelata nascondeva, eppure spesso un’eco ne irradiava. Finalmente sprecava se stesso e il tempo non coglieva: imperfetto, fissava le tenebre d‘un vecchio fuoco, d‘un tiepido caminetto.

Nei suoi pensieri, i rami, d’inverno, si spezzavano al gelo, crepitavano le braci su fossi mezzo coperti dal nevischio, il pettirosso moriva, cadeva tra le braccia dei pini, nei vasi di gerani: s‘incupiva, all‘istante, il meriggio, stremato sotto una bruna foschia. Brillava, dell’essenza, un riverbero: della vita s’agitava una forma assetata.


Ottobre 24, 2008

 

Mangiavamo appena una pagnotta, qualche fico – una cena nel cortile in piedi, un calcio al cane che latrava. Sapevamo di non valere, quasi ce ne vantavamo, rozzi eravamo, e ignoranti, per scelta d’indolenza. 

Risplendevano le posate d’argenteria nei salotti che non conoscevamo, mentre gli importanti sceglievano parole in italiano che, solo a sentirle, ce ne saremmo vergognati. I nostri padroni, poi, erano quasi come noi, lesinavano sul vestire, si presentavano uguali ogni giorno, soltanto l’aria era quella delle loro proprietà.                                                                                        Non saper parlare era il nostro più forte vantaggio su chiunque altro al mondo: accendere una sigaretta nell’umida sera, sentire sulla frusta camicia un vento che inizia a rinfrescare, e il sorriso sapiente, appena accennato, per non voler spiegare a nessuno cos’eravamo capaci d’immaginare.

 

 

 

 


Ottobre 15, 2008

Stai, sul chi va là d’un temporale, sfrondando la gaggia. Mentre il giorno svapora, il silenzio s’assoda, s’accalda e ti scolpisce le tempie.

Non hai finalmente pensieri: ricordi il tuo cane scovare il fagiano tra sterpi e farlo garrire, e farlo svanire. La stanchezza che ritmica piano t’annienta, ti riveste di una pace insperata, il respiro si fa pieno, di pietra, il nervo s’allenta.

E la roncola è un’arma, ti chiede tuo figlio che ai tuoi piedi ti guarda ammirato.

 


Ottobre 15, 2008

 

Pare nenia triste, verso di natura selvatica per orecchi del Nord, bianca bandiera disincantata.. “Questo canto di periferia è solo per noi avvezzi ai rumori” mi contraddice un combattente e futuro oratore “Lo useremo per barricate e sabotaggi, per infondere coraggio e infuriare i plotoni, è avanguardia musicale per commilitoni!”

 “Scrivo forte per bere piano, scrivo piano e correte al fronte” pensava chi della propria libertà faceva folle parata solitaria, battaglia d’una mente mai placata.

Ritmi e parole s’involavano come mongolfiere e fumavano, mai stanche, le ciminiere del tempo, le fucine fabbricavano, attente, antiquariato d’ogni età.. E il porto era vuoto da giorni, tutto fuggiva, cambiava colore: il mare, ostinatamente, scalciava sui gabbiani e sommergeva le balere..

Così sei scappata dopo giorni spesi a guardare il soffitto, perché non sopportavi che ogni tuo gesto più ingenuo e casuale si trasformasse in un canto per far ballare stranieri!

 

 

 


Ottobre 14, 2008

Suono di fucile che si arma

Il fiato dalla spina traspira

Stringevi verità sottili

Nella scena che arrossiva.

 

Nella sera che arrossava

Serravi piano il chiavistello

Ti calavi nel maggengo

Lenta l’erba maceravi

Non pensavi.