Per apporre una firma – si deve sostare – più volte – a Canossa. Dove le ginocchia s’incollano al ghiaccio, una nevicata innalza un altare, parole disciolte nella pagina bianca colmano gli occhi di sale.
Per apporre una firma, si passa ogni giorno a Canossa, così poveri che in tasca non ci stanno neppure le mani – sono volate, le ossa spezzate, e paiono ali, appollaiate in più alte cimase…

Io, che nemmeno conosco chi sono, a Canossa scendo ogni sera, al mio Appennino cinereo. Non rifiuto catene, a torto o a ragione, per non credermi libero. Eppure, dopo un’attesa estenuante, m’affiora alle orecchie una frase, e dice che è mia.
Il mio nome e cognome è allora più bella poesia. La mia firma è mistero e miracolo, mi chiamo e sorprendo, la ripeto su lapidi, su fogli, quaderni, la intaglio nei legni. Nero su bianco, la osservo lasciare il suo alone di cenere, cantare il suo flebile canto, seguire il suo senso scandito dal vento. Si avvicina per cospargermi il capo, segna leggera sulla fronte il perdono, per un momento soltanto.

Ivan Fassio

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