Si sprofonda nella neve, in quel giorno che accatasta le ore gravi sotto al portico. Come tronco – è quella noia – che recinta il tepore delle carni fino a che s’appressi il sonno. Si restringe, s’assoda e si staglia pesante come un tempio, affinché il corpo intorpidisca nello stagno tra i canneti, alla luce della lampada, nella muffa del cuscino. Chi è il padrone di questa spossatezza, di questo luogo inumidito, di questa quiete indolenzita? Chi, in questa incomprensione, alterna lingue distanti, congiunge gioielli e vaghi presagi, mischia carte usando i dadi? Mentre precipito, nei lenti palpiti, in pesanti respiri immateriali, la grandine s’abbatte sul feroce deserto, frecce si conficcano sparendo sul balcone, la luce della mia stanza illumina e spolvera un solaio. Messaggi imbottigliati da un alito che appanna, da secoli tacevano riposti nel granaio: le tue intenzioni intrappolate esprimono i miei sensi – ne fanno un discorso di frasi interminabili, prolisse ed ostinate, svuotate di parole…
Ivan Fassio
Giugno 7, 2009 alle 8:17 pm |
devo ammettere che preferisco soffermarmi sulle tue parole piuttosto che sulle citazioni di terzi, per quanto illustrissimi …