Mangiavamo appena una pagnotta, qualche fico – una cena nel cortile in piedi, un calcio al cane che latrava. Sapevamo di non valere, quasi ce ne vantavamo, rozzi eravamo, e ignoranti, per scelta d’indolenza.
Risplendevano le posate d’argenteria nei salotti che non conoscevamo, mentre gli importanti sceglievano parole in italiano che, solo a sentirle, ce ne saremmo vergognati. I nostri padroni, poi, erano quasi come noi, lesinavano sul vestire, si presentavano uguali ogni giorno, soltanto l’aria era quella delle loro proprietà. Non saper parlare era il nostro più forte vantaggio su chiunque altro al mondo: accendere una sigaretta nell’umida sera, sentire sulla frusta camicia un vento che inizia a rinfrescare, e il sorriso sapiente, appena accennato, per non voler spiegare a nessuno cos’eravamo capaci d’immaginare.
Ottobre 24, 2008 alle 8:35 pm |
Non saper parlare era il nostro più forte vantaggio su chiunque altro al mondo: accendere una sigaretta nell’umida sera, sentire sulla frusta camicia un vento che inizia a rinfrescare, e il sorriso sapiente, appena accennato, per non voler spiegare a nessuno cos’eravamo capaci d’immaginare.
Grande Ivan!!! Da proporre a scuola,
Marco