giugno 11, 2011

Di messa a fuoco

È un lento processo

Il comporre.

L’attesa macina un tratto:

Preghiera notturna

Per tende e cavalli.

Vacilla il deserto

A fissare una stella

Per ore.

Chiudere un occhio

E coprire col dito

La luna.

Pensare dietro la volta

Un mare di buio e di vento

Come se fosse ripreso

Dentro la fronte.

Semplice vita

Un fendente d’accetta

Assestato nel centro

Del quadro.

 

 

Ivan Fassio

 

 


Un Canovaccio per la Messa in Scena di “Teatro della Memoria 1966-2011″ di Ezio Gribaudo

giugno 4, 2011

Un Canovaccio per la Messa in Scena di
Teatro della Memoria 1966 – 2011 di Ezio Gribaudo

Porre sulla tela le coordinate di un accecamento è azione scenica di grande coraggio. Un nuovo alfabeto potrebbe nascere e proliferare da questa geografia, fino ad amalgamarsi in drammaturgie sensibili, liberate dalle catene del pretesto letterario.
Il palco è, in questo caso, lo spazio di un quadro. Attori sono lettere e simboli, carte e disegni, algidi paesaggi: il loro destino non è la recitazione, ma il rilievo. La capacità di comunicare sta nella fisicità che il regista ha voluto donare loro, mettendoli – letteralmente – in scena, facendoli indugiare e fluttuare a filo della ribalta. Le prove sono state svolte in silenzio, nella penombra, dirette dalla mano dell’artista: unica testimonianza tattile della nascita dello spettacolo. La scenografia esige il bianco, il negativo degli occhi chiusi e della cecità. L’illuminazione colpisce in modo uniforme l’intera rappresentazione ed è intensa, abbagliante, perturbante. La vista debutta, come travagliato personaggio, proprio a teatro, luogo che da lei prende il nome. Gli spettatori vedono, in cruda luce, ciò che dovrebbero sentire sui polpastrelli e, allo stesso tempo, si concedono alla consistenza della visione. Nuove immagini sono create per loro, emerse dalla memoria dell’artista, arbitrarie e inquiete. Questi segni simulano la struttura della percezione, recitano la parte degli organi in un’anatomia della sensazione: i rami riversano linfa sulle foglie dei sensi, un drappeggio di carte scivola dalla scrivania, un giardino si risveglia nella magia di una nevicata.

 

 

 

Ivan Fassio

 


giugno 3, 2011

Perché una luce qualsiasi
Ci aiuti a vederci
Sarà inevitabile
Avere un disegno
Da decifrare.
Ma per occhi distratti
Non serve visuale:
Un angolo muore
Se nessuno lo guarda.
L’attesa è dimora
Di chi spende o guadagna
Una lettera almeno.
Nel cuore del bianco
C’è tutto il fermento
Di chi ascolta o pronuncia
L’unico annuncio possibile:
Leggere adesso!

Ivan Fassio


aprile 8, 2011

LA VITA

NON SI VIVE

PER QUESTO

SI MUORE

(Ivan Fassio)


marzo 30, 2011

I)

La mia visita alla città si svolgeva, quasi ogni mattina, in uno stato di dormiveglia. Partivo come uno sconsiderato, le mani in tasca, in cerca di nulla, costretto dall’abitudine. Niente in prospettiva, nessun suono; tuttora mi è impossibile ricordare come percepissi gli scenari iniziali del mio vagare: forse il malato blu di fogne a cielo aperto, o l’aria polverosa del tappeto sbattuto sul davanzale. Fiordalisi e zolle indurite, l’ardore della campagna e i profumi delle pasticcerie: ciò che la mente farfugliava dopo il piacere del sonno.
La mia tentazione di concentrazione su scorci, colori, particolari era, tuttavia, troppo forte. Una salita e un muretto e, d’un tratto, il respiro s’apriva, come forbice, su un angolo inaspettato. La familiarità di un parco, la tranquillità delle panchine e lo scrollare di una campana nella basilica mi colpivano, forse. I rumori mi ferivano: le rotaie, le code, i cantieri stridevano. Tornavo dalla passeggiata spossato: era la vita! In preda ad un’inquietudine indescrivibile, rincasavo velocemente, parlando spesso e ad alta voce. Il ricordo era stato catturato e nulla, ancora, rimaneva. Chiuso il cerchio, i battenti si chiudevano alle mie spalle, ero certo di avere imparato qualcosa, di sapere, di creare.
La casa aveva già patito la mia assenza, gli oggetti giacevano immobili e avevano perso ogni sentore di vita. Velocemente aprivo le finestre. Il pavimento e gli armadi esalavano foschia, i lavandini cantavano, lampadari e vasi si stagliavano in fioca luce. Tutto avveniva nella freschezza di una salute ritrovata. Lenzuola e cuscini si ravvivavano miracolosamente. Avrei rischiato di perderli, se l’odore del caffè caldo non mi avesse risvegliato.

II)

Così come fu creato, il quartiere rimase. Non ebbe mai sponde. I panorami che i suoi abitanti osservarono dalle finestre scivolarono, ogni volta, sullo stesso pendìo che mai fu sostenuto da mura, che a lungo accolse il roveto e che infine conobbe il gerbido, per sempre.
All’occhio dello straniero che arrivò dal centro della città, la zona apparve costantemente nelle sembianze di un borgo composto di quattro, cinque casamenti. Dopo la strada in salita, costeggiata da lampioni e pali della luce, la cima si aprì, per gli abitanti e per i viaggiatori più attenti, su un ampio spazio e su una successiva discesa, più ripida dell’acciottolato di accesso.
Da qui, per anni, i giovani cittadini, avvolti in lunghe sciarpe o consumati dal gelo, osservarono con morbosa curiosità il paesaggio sottostante. Fu questo, inizialmente, un modo di passare il tempo, ma, poco a poco, divenne per loro un vizio e infine una specie di condanna, difficile da scontare.
Dall’alto, essi poterono osservare la desolazione e la tetraggine dei tetti delle case più in basso, immaginare la povertà e riempirsene gli occhi.
Gli umili abitanti delle abitazioni del quartiere basso vissero osservati perennemente da generazioni di ragazzi. Potemmo intuire che non godettero mai di una buona possibilità di visuale. In quell’anfratto, infatti, il quartiere finì, così come ogni escrescenza di vita spesso si estinse: confondendo il proprio tempo con lo spazio a disposizione.

III)

“È uno stile che fa scivolare una fetta di realtà, così com’è immaginata, dal vassoio della rappresentazione” brillavano i suoi occhi, nella foga improvvisata dell’espressione. Non era improvvisa la sua esternazione, perché la metafora era stata studiata con cura, nel tragitto che egli aveva percorso da casa fino al parco. Di pomeriggi oziosi, tra un bicchiere e l’altro, ne passava parecchi, parlando a voce bassa con gli estranei e infervorandosi in conversazioni con gli amici: oggi, invece, era solo.
“Ne abbiamo abbastanza di storie sugli stili, di originali stratagemmi per resuscitare i morti!” era la seconda frase che pronunciava immaginandosi un interlocutore capace di ribattere.
Bambini vocianti, voltandosi, gettavano monete nella fontana del Valentino. Il parco era pieno di persone, la serata era incominciata, un’atmosfera festosa covava sotto il cielo cinereo di quella mezza estate.
Vuotò il bicchiere e rimase a guardare la piazza, pensando all’arte e alle sue contraddizioni, mentre il tempo passava. Non aveva mai scritto una sola pagina, mai dipinto una tela, non sapeva cantare né suonare, non recitava.
“Osservo ciò che vedo, è questa la mia originalità” ripeteva spesso. Scrutava il mondo con i propri occhi e lo filtrava, attraverso immaginazione e sapienza, perché gli apparisse incasellato nelle opere d’arte che conosceva, nelle poesie che recitava a memoria, nelle musiche che ascoltava commosso.
Il bicchiere che aveva appoggiato sul tavolo era dipinto con cura, mostrava un fine gioco di luci. I suoi discorsi erano, proprio oggi, un manifesto d’avanguardia. Il vociare dei bambini era una cacofonia stridente, espressionista, che meravigliosamente accompagnava la chiusura del sipario su una notte stellata contemplata dal tavolino di un caffè.

Introduzione

Se salire e scendere lungo il dorso di un colle fosse come recarsi a una fonte, allora un compito faticoso porterebbe almeno un sorriso. Ma non ci sono fonti, e nemmeno pozze. Se fiumi di persone strepitanti sul selciato giungessero a una piazza, allora una facile meta consolerebbe almeno un poco. Ma non ci sono piazze, e nemmeno fontane.

Non c’è una timida brezza ad accarezzare il lago, né brume sottili a sfiorare le sponde. Soltanto rive esistono: dove tutto si accumula. Non hanno giusta collocazione parole esatte, e nemmeno segmenti rette frecce punti. L’indefinitezza trova dignità, in questa grammatica, nel breve tempo possibile.
E se, ancora poco fa, polvere non veniva pronunciata mai, basta un attimo e c’è polvere su tutte le cose, dettata e scritta – su muri che già non impolvera più, su opere prima condivise e poi scordate..
Per questo, timido è, per ora, il lago, sottile è il fango, giusta è la polvere, scritte sono tutte le cose!

Ivan Fassio


Intervento dell’artista e significazione dell’opera in Unità d’Italia 1861 – 2011 di Ezio Gribaudo

marzo 14, 2011

Intervento dell’artista e significazione dell’opera in Unità d’Italia 1861 – 2011 di Ezio Gribaudo

Per l’artista lo spazio della pagina è, spesso, una cella in cui dibattersi: ragione e, insieme, condanna della creazione. Il compito dell’arte diventa, così, una continua cospirazione nel tentativo di fondare un’utopica repubblica: in questo luogo ideale, immagini suoni parole saranno simboli da decifrare con sempre maggiore elevazione di spirito e profondità d’animo.

Il potere della rappresentazione – tirannide della logica del senso – obbliga l’artista ad affidare al caso gli sforzi di liberarsi dalle regole della comune percezione. È questa un’ostinata resistenza alla produzione di univoco significato, combattuta agli sviliti margini delle pagine della storia.

Ogni volta che il gesto è affidato alla fatalità, nella consapevolezza dell’alone di significati che produce, la creazione artistica esplode la sua carica rivoluzionaria, e la bandiera di una momentanea libertà sventola e diffonde i suoi colori. Quando l’opera è creata, inizia ad emanare i propri enigmi: il territorio è conquistato, il linguaggio comincia ad educare, la grammatica si adegua all’uso e un nuovo stendardo risplende.

Soltanto il tempo e la condivisione possono far scordare l’intento della creazione: la continua risoluzione del dilemma. L’originario slancio liberatorio è nuovamente fissato in un’immagine stabile, riconoscibile, ormai preda della ruggine di facili comunicazioni: la bandiera è ammainata, si deve tornare a combattere! Occorre un intervento del creatore percambiare direzione alle parole, dare una nuova piega allo stendardo, liberare un altro senso.

Il Logogrifo della Tirannide di Ezio Gribaudo era un’opera del 1972. Ispirata alla Repubblica di Platone, liberava le lettere dei passi sulla tirannide e le lasciava vagare nel silenzio della pagina bianca, percorrere pensierose lo spazio della loro cella, cospirare contro la tirannia di ogni senso attribuito arbitrariamente. Dal turbinio violento dei segni separati, dalla rivoluzione costante di una grammatica in fermento e mai placata, il creatore, mosso da speranza e carità, sulla fede di un tempo ha steso il tricolore.

Ivan Fassio

 


Ciò che dice il tempo – Logogrifo 1970 di Ezio Gribaudo

marzo 10, 2011

 

Non ci dice il tempo che ogni circostanza è soltanto una particolare disposizione di elementi. È la nostra logica a radunare questi tasselli per generare i fatti, per allineare le tappe della Storia. Credere negli eventi significa, quindi, avere fede nel linguaggio che li esprime. Occorre che il tempo storico scorra come un fiume su un letto di convinzioni e tra argini di strutture inconsciamente condivise.

Allo stesso modo, alla speranza per ogni avvenire e al compimento di ogni progresso è essenziale che la manifestazione di un principio possa incarnarsi in determinati avvenimenti. Nel presente, l’ideale sta all’azione così come, nella narrazione di una storia, la fiducia sta al linguaggio.

Volontà di cambiamento, risorgimento dello spirito e umanesimo poggiano sulla fede nella parola e nell’azione. Per credere, tuttavia, è indispensabile passare attraverso il nulla, cedere alla tentazione della vanità che emerge da ogni comunicazione, da ogni racconto, da ogniimmagine. Al fine di recuperare autenticità, è necessario abbandonare rischiosamente la logica e ripercorrere emotivamente le certezze che puntellano la nostra biografia. Emergeranno, dalla distanza del tempo, le immagini care, gli alfabeti dell’infanzia, lo stupore e il dolore in forme appena riconoscibili, nelle sfumature o nei contrasti dell’emozione ritrovata.

Se mischiare queste carte, formulando un catalogo interiore quasi incomunicabile, è un modo per ritrovare e giustificare una memoria individuale, sarà forse possibile tentare la stessa operazione per il recupero di una memoria collettiva.

Logogrifo 1970 di Ezio Gribaudo è un’archeologia emotiva della storia Italiana. La campagna e le innovazioni tecnologiche, la Chiesa e i salotti borghesi, cittadine di provincia e parchi incontaminati, la scrittura sacra e l’urlo delle avanguardie sono sorpresi nello scorrere confuso di fotogrammi cinematografici. Lo sforzo di memoria indugia commosso sui momenti dell’immagine e della parola come se queste ultime stessero scivolando inevitabilmente nel vortice dell’oblio. Ciò che dice il tempo, in questo modo, è la dorata vitalità del ricordo, il vociare indistinto e toccante di un’epoca.

 

 

Ivan Fassio

 


gennaio 9, 2011

Nella piega del volo
Nello schiocco di frusta
Sulle immagini alate
Del ritrarsi di bestie rapaci
Chiediamo pietà:
Sepoltura simulata.
E conceda l’invisibile
Un silente cordoglio
Al vibrante catalogo.

Ivan Fassio


un infinito

gennaio 5, 2011

Sul finire della notte
Osservare le nubi in lontananza
Schiarire i primi strati
Gettare un’ombra bruna su nel cielo,
Violacee, intendere
Avvisare la cenere
Di risparmiarsi per il sole.
Ritrovare nel meriggio
La polvere colata nel mattino.

Ivan Fassio


gennaio 5, 2011

Per nessuno questo pianto
Da balconi disadorni è riversato.
Sono anni di pretese poco chiare,
Un miracolo di vita innestato sul deserto.

Primavera muta, alle finestre,
Le ragioni della luce nella stanza:
Vuoto il tavolo, polveroso il pavimento.

A nessuno, così grata, è riservata
Un’accoglienza, a nessuno così tanta.

Ivan Fassio


dicembre 25, 2010

Dall’abbaino alla punta della croce
Del casamento cadente sul piazzale
Ero l’unico ammesso ad osservare
L’antica processione delle sante:
Con vita alta, passi lunghi e calmi
In marcia attraverso la spianata
Fino all’oscura pineta del rifugio.

Chi accendeva luci fiammeggianti
Dove io non c’ero né potevo andare?
Chi scambiava fiaccole arse in altre gare,
Sigillava le bare nel tremante cimitero?

Coperte di blu e nero, dal regale portamento,
Capelli nel turbante, seguivan dell’evento
I testimoni. Già nel mare aperto, i ricercati
Dell’annata erano scesi a mezzodì
Per veleggiare su scafi acuminati, più veloci.
Non potevano vederle e dovevano fuggire
Per esser spettatori, per provare sentimento:
Avessero indugiato, sarebbero stati superati!
La parata dissennata replicava per rispetto
Delle donne dall’aspetto poco umano.

Chi bruciava del canneto le ultime pannocchie
Allo stagno dove non potevo stare?
Chi piangeva nella stanza chiusa a chiave,
Seguiva la calca nel gremito funerale?

Ivan Fassio


Il Rumore dell’Acqua

ottobre 24, 2010

Siamo ancorati al nostro corpo, percepiamo e ci percepiamo in profondità: dimensioni, contatti, punti di fuga, spessori ed evanescenze appartengono soltanto a noi. Possiamo supporre che nemmeno uno tra gli anfratti ancora sconosciuti della realtà possieda le caratteristiche che potremmo attribuirgli. Se così non fosse, questo sarebbe il paradiso che spesso immaginiamo: luogo ideale della visione, della coincidenza tra apparenza e verità, dell’unità di carne e spirito. La divinità non vede prospettive, apre il catalogo e conferma quello che è, non percepisce: conosce. Noi partiamo alla ricerca, smarriti, mai del tutto venuti al mondo. Ogni sicurezza ci appare, col passare del tempo, sotto le spoglie di una brutale smentita.
Il nostro viaggio inizia dallo sguardo affannoso che gettiamo sul panorama, continuamente cangiante, della rotta. Questo ci ospiterà, snodandosi di fronte a noi, portando ai nostri sensi soltanto una piccola parte di ciò che potrebbe offrire. La più tragica tra le miserie – sempre uguale a se stessa, inutile, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande – la nostra possibilità di sapere! È, tuttavia, una giornata smisurata quella che ci offre la conoscenza dei fenomeni. Tutto ci trasporta, navighiamo inconsapevolmente e gli strumenti di bordo che abbiamo a disposizione raramente si guastano. A testimonianza della notte dei sensi rimane, nel nostro essere, un timido custode che percorre il tragitto in senso inverso e che resta ai margini dello splendore della conquista.
L’itinerario è illuminato e sensuale, la scia che tracciamo sul mondo – siamo creati a sua immagine – ci penetra e lancia in noi dei segnali. A partire dalle iniziali sensazioni maturano periodicamente, ad ogni giro di boa, le impressioni, i ricordi e le idee.
La nostra poesia, tentativo di avvicinamento all’essenza del catalogo divino, nasce quando percepiamo estemporaneamente somiglianze, stabiliamo coincidenze arbitrarie e, ancor di più, quando abbandoniamo la nave e, liberati dagli obblighi della spedizione, scendiamo le rapide del caso. Affidiamo alle immagini che plasmiamo gli stessi intenti – o gli stessi capricci – della creazione del mondo. In questo orizzonte di pausa che affiora nella lontananza dell’abitudine, il custode della notte che è in noi affretta il passo, nega gli occhi al tragitto che ci sovrasta e illumina con la sua torcia acque oscure, ancora insondate.
Ci immergiamo – forzando la fune che ci àncora alla materia – fino a riportare a galla ciò che riusciamo a slacciare dall’illusione dei sensi. Allo stesso modo, lasciamo emergere le sensazioni alla luce della loro materialità e conosciamo, da una diversa distanza, il corpo che ci imprigiona. Il rumore, il colore, il sapore dell’acqua sono tutto ciò che troviamo a dibattersi dopo il frangersi dell’onda: sostanza neutra ma illuminata dalla nostra sete di conoscenza.
La soluzione che bagna la riva lava la traccia di un percorso a ritroso. Ripartiti da idee e ricordi nel tentativo di approdare alle sensazioni che li avevano generati, abbiamo fallito. Ritroviamo, a malapena, il desiderio nostalgico di abitare il mondo e di abbandonare il divario che frequentiamo quando creiamo. La nostra chiaroveggenza è tragedia, crollo insanabile che rigetta e si ritira a ondate, come una marea. Il nostro catalogo, incompiuto e imperfetto, è tentativo perpetrato e imbarazzante di forzare l’esistenza, di schiudere un mistero.
Abbiamo creato ciò che già conoscevamo! Nonostante tutto, la nostra vita appare in nuova luce. Le parole, sebbene rare, si riuniscono confusamente e testimoniano un rinato approccio al loro senso – che non avevamo più ascoltato –, rinominano interi periodi del viaggio – che avevamo dimenticato di compiere –, creano una polifonia di incontri – che non avevamo mai immaginato –. Un florilegio di brani composti dai diversi personaggi che convivono nella coscienza: nessuna spiegazione per chi attraccherà a questi moli, soltanto dissolvenze per sprigionare il tempo di una possibile interpretazione.
I simulacri restituiranno la città disabitata, la donna sola nella sua distanza, uno scorcio fissato da uno sguardo assente, qualche scaltro furto alle nostre sensazioni. Non nel marmo, non nel fuoco – nell’incedere frangente delle onde, il calco libererà un’impronta.

Ivan Fassio


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.