“Non credere, sempre fraintendere” ti ripeteva e non capivi, e fraintendevi.
In cima e in fondo sta il dolore, nel mezzo il valore aggiunto, il libero arbitrio, l’esercito delle parole.
S’ammucchiano sotto alla lingua, dietro alle palpebre, in fondo alle orecchie, nei pori e nel naso: le cose da dire.
Suono di fucile che si arma
Il fiato dalla spina traspira
Stringevi verità sottili
Nella scena che arrossiva.
Nella sera che arrossava
Serravi piano il chiavistello
Ti calavi nel maggengo
Lenta l’erba maceravi
Non pensavi.
_ . _ . _
Lungo viaggio nella sera autunnale, tra le braccia di antichi pensieri, mentre cupa la febbre ti guida. Alla finestra, in silenzio, tu e l’amico osservate un paesaggio mutare, i vecchi muri scrostarsi pian piano. Tra i viottoli stanchi, un campanile, giallognolo, si colora alla pioggia: il paese, acquoso, si riveste di nuovo.
Il vino che assaggi ha un gusto focoso, le tue labbra s’arrossano, i tuoi occhi si agitano. Languido, un dolce pallore ti purifica, ti beatifica.
L’amico ti scruta, assonnato, e ti offre un altro bicchiere.
Accettando, vedi scendere una notte stellata, in un battere d’ali stagliarsi all’orizzonte, incorniciata.
Curioso, la osservi stramazzare sul selciato.
Simpatia come religione
Ha le chiavi del paese
Libero ingresso al campanile.
Da fuori il tempo s’arresta
Quel tanto che può, nell’ora di festa:
Non ti lascia ferito un’assenza,
Del ricordo ti godi il silenzio.
_._._
S’interrogò sul mistero del genio del cuore, che frantuma strati di ghiaccio e li fa ribollire, e parlò di parole possedute e studiate. Lo ascoltavano tutti ma nessuno annuiva, lo ascoltavano ancora e già il primo dormiva.
Mentre la sera tendeva alla notte e facili stelle congelavano piano, accavallava le gambe e indossava gli occhiali. Alba diafana o crepuscolo acceso?
Di questo sogno d’insonnia non ebbe il tempo di prendere nota: ballava la logica sulle parole stanche, belle e vere, calde appena morte – mentre il sonno ammaliava le palpebre.
I libri impolverati
Accatastati alle mie spalle
Ora odiavo
Con le mie forze da schiavo.
La sera era soltanto studiata
Mandata a memoria, laccata.
Mai avevo annusato
Il suo seno
Mai intuito il mistero
Scavato il terreno.
Figura si muove, tra oscuri segnali, insicura. Corre, s’inceppa, ruzzola, cade ed incespica. Urla, bestemmia, s’arresta, sospira.
Ombra rincorre, al sole cocente, sparuta. S’allunga, si stira, rigonfia, assottiglia. Ritmica segue, comica inerme.
Figura s’incontra nel vetro di fronte, si specchia, si chiama, si trova una volta, due o tre, forse più. Figura si volta, mi vede, m’abbraccia, ricorda. Forse non parla, balbetta: non pensa, fischietta.
Figura ritorna, costretta, immagine netta si staglia, impaurita, sulla strada vecchia. Non sa di esistere, povera e stanca, e se anche sapesse, dubbia e penosa, non saprebbe perché.
Noi la sogniamo, la vediamo, chissà, talvolta speriamo, ma non la capiamo.
Testimonianza di noi
Sta cuocendo al sole
- Frigge nell’aria e balugina -
Come manifesto al muro
Che scioglie a sera
Il suo calore nell’afa.
Sgranando sillabe
Nel colmo imbarazzo
Intravedi brillare
Nel mezzogiorno irreale
Un’oasi del vero.
Ivan Fassio
Pubblicato da belacqua 
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