Ottobre 25, 2009

Era un torrente scavato nel legno

Scavalcava l’albero

E raggiungeva le foci.

Sensazione fremente d’acquoso mistero.

Nel ricordo di un sogno

Anch’io mi perforo

E spalanco ferite,

Estraggo i miei pezzi,

Uno ad uno, organi e ghiandole, strizzo la bile

E disegno un albero verde.

Mi squarto e mi appendo,

Mi carico in spalla il costato

Sfilaccio la carne che pende da madide ossa

Il sangue – nelle fogne – faccio colare

E nel cuore scolpisco un rosso pagliaccio.

Ivan Fassio


Ottobre 25, 2009

Oscurantismo in cui vivo

Mi fa respirare

Superstizione in cui credo

Mi fa trepidare.

Candida la mia scrittura da amanuense

Non crede nei concetti

E illustra ogni vocale

Orna e incornicia consonanti.

Copia per vizio e ignora il futuro,

S’estingue in un’anonima colpa.

Ivan Fassio


Ottobre 25, 2009

Beato chi non vede

L’ha detto il mio signore

- E’ lui, mio signore,

Perché nulla conosce

Parla di ciò che non sa.

Ha appreso soltanto a pregare

Con gli occhi -

Il monaco scrive e sa di copiare

Copia l’artista e sa di comporre.

Crudele al mondo è apparire

Beato chi non vede, chi non sa di dormire!

Ivan Fassio


Ottobre 25, 2009

Infanticidio sulle colline

E’ atto naturale, sacrificio

Appena dovuto all’arso filare

Che scuote tremende meraviglie:

All’ultimo vento di Novembre

La brina si rinforza, accartocciati pampini

Nascondono dei ragni un’ultima speranza

Un’umida nidiata palpitante.

Il bambino che muore non conta

Se nessuno l’ha visto non c’è colpa:

S’estingue come il nome della madre

S’essicca come il sangue del parto.

Così, è vero, ogni vita si consuma

Col suo dolore confitto in carne e ossa

Mentre grondano di lacrime le mani d’una donna.

Ivan Fassio


Ottobre 12, 2009

 

I)

Ritmo scende in picchiata
Tutto danno interno
E dalla cassa toracica
Spira barocco inverno:
Basta l’ultima fatica
Franta in volata
A rinverdirne l’inferno.

 

II)

Sui sensi affiora

E/spia sospiro ultimo

D’imperfezione:

Odori sparsi

Come polpastrelli

Premono la pelle.

 

III)

O altrettanto pericolante

Chiunque esso sia:

Franto tra rulli

Tra pietrame franato

Al bordo d’orrido granito

Spaurito…

Certo porti a dolce parto

Tutto questo sfare

E che l’altra partenza si libri

Com’è scritta: lieve.

 

Ivan Fassio


Gran Finale

Ottobre 3, 2009



Presente già passato

Se fosse destinato

Lo sarebbe al distaccato dalla sorte,

All’esiliato in ogni luogo

Della terra e della mente.


Libro canto spettacolo,

Questo gesto spezzato

Appena comprendiamo:

Che davvero non sia mai finita

Per chi è ferito a morte

Per chi è segnato a vita!


La tragedia a ripetizione

Di vivere in contraddizione

E’ categoria ampia, tetra,

Forse infinita, ognuno può rientrare.

Eppure fai un passo indietro

Mentre mi ascolti: di certo

Non risulti nell’elenco, non sei invitato,

A te, proprio a te,

Questo verso non è dedicato!


Ivan Fassio


Il Primo Applauso

Ottobre 3, 2009

Prego.. Io non ringrazio, prego..
Non accuso colpi, né strazio,
Né sforzo, e non son stanco
Ché la condanna è mia soltanto.
Pago la colpa perpetrandola, recidivo
Non divido con nessuno
Il reato che commetto.

Io sono l’incarcerato, il costretto.
Canto in manette, torturato
Nell’angolo più sporco, bocconi sul selciato.
Sono io l’oracolo, simulacro che sviene e va
- E la mia voce proviene già d’altrove:
Alti astri, bocche spalancate, incolmabili destini -

Se un applauso è dovuto,
Sarà gesto sacro
Render grazie adorato:
una folla in ginocchio ad ammirare sventure
- D’altronde siete liberi d’andare,
Non dovete restare -

Io devo: piango e mi lego,
Per questo non ringrazio, prego!

Ivan Fassio


Settembre 22, 2009

Per apporre una firma – si deve sostare – più volte – a Canossa. Dove le ginocchia s’incollano al ghiaccio, una nevicata innalza un altare, parole disciolte nella pagina bianca colmano gli occhi di sale.
Per apporre una firma, si passa ogni giorno a Canossa, così poveri che in tasca non ci stanno neppure le mani – sono volate, le ossa spezzate, e paiono ali, appollaiate in più alte cimase…

Io, che nemmeno conosco chi sono, a Canossa scendo ogni sera, al mio Appennino cinereo. Non rifiuto catene, a torto o a ragione, per non credermi libero. Eppure, dopo un’attesa estenuante, m’affiora alle orecchie una frase, e dice che è mia.
Il mio nome e cognome è allora più bella poesia. La mia firma è mistero e miracolo, mi chiamo e sorprendo, la ripeto su lapidi, su fogli, quaderni, la intaglio nei legni. Nero su bianco, la osservo lasciare il suo alone di cenere, cantare il suo flebile canto, seguire il suo senso scandito dal vento. Si avvicina per cospargermi il capo, segna leggera sulla fronte il perdono, per un momento soltanto.

Ivan Fassio


Settembre 19, 2009

Colui che scende nell’arena della sua nuova opera in una straordinaria esaltazione di tutto il suo essere, mentre, da tre giorni, nessuno, tranne sua madre, ha diritto di sguardo sul suo silenzio, nessuno, tranne la più vecchia delle ancelle, ha diritto d’accesso alla sua camera; colui che conduce alla fonte la sua cavalcatura senza bervi egli stesso; (…) colui che indossa la veste del poeta, fra due grandi azioni virili, per onorare la facciata d’una bella terrazza; colui che si distrae durante la consacrazione d’una navata, poiché nel timpano ci sono certe brocche, come branchie, murate per l’acustica; colui che ha avuto in erdità, su terra di manomorta, l’ultima voliera per gli aironi, insieme ad opere bellissime sull’arte della caccia, sulla falconeria; colui che fa commercio, in città, di grandissimi libri, amalgesti, portolani e bestiari; che si dedica tutto ai mutamenti fonetici, all’alterazione dei segni e alle grandi erosioni del linguaggio (…)

Saint-John Perse, Esilio


Settembre 17, 2009

Scappare da questa ridda
Nascondermi, dopo la fuga
A raffreddare:
Una sprofondata ghiaia
Nella sabbia del lago fradicia.

Risalire dilaniata dai millenni,
Porosa, erosa spugna,
Sottile come un ago
E spiare tra i granelli
La morte d’una tartaruga.

Ivan Fassio


Marco Memeo. Una Simbologia della Percezione.

Settembre 16, 2009

Marco Memeo. Una Simbologia della Percezione.

Ci dovrà pur essere, per qualsiasi aspetto del reale, – questo si domanda, ad un certo punto, ogni artista moderno – la possibilità di una soluzione poetica? Si dovrà pur mostrare, prima o poi, una via d’uscita che possa inglobare tutti i frammenti in un insieme finito, che possa integrare situazioni apparentemente disorganiche in una tassonomia, in un catalogo che non ammetta residui, eccezioni?
Il modo per uscire da questa impasse – almeno a partire dalla pop art – non consiste nell’accumulare scientificamente dati coerenti, ma nel creare delle regole arbitrarie che consentano di presentare la propria opera come una grammatica di compiuta perfezione, come un brandello di certezza isolato agli angoli di una realtà caotica.

Per Marco Memeo l’arte è sicuramente strumento di conoscenza, di indagine, ma anche testimonianza soggettiva, spesso sofferta, che si presenta al pubblico nelle sue infinite contraddizioni e imperfezioni. Le regole del gioco della sua pittura hanno quindi tratto sostentamento sia dai modi della conoscenza, dell’apprendimento, sia dal difficile equilibrio tra impressioni personali, emotive e percezione comune, sociale.
Per questo motivo, le sue prime opere si proponevano organizzate come una sorta di catalogo – significativamente intitolato ABCittà – in cui i paesaggi urbani della periferia apparivano allo spettatore ordinati in modo enciclopedico, quasi come tentativo di scovare una regolarità e un senso nella rappresentazione di architetture stranianti, di scorci industriali o di vetrate e cartelloni pubblicitari. Il tentativo era quello di presentare una sintassi compiuta, con le sue regole e le sue eccezioni, che – come in un gioco – fornisse non soltanto le chiavi di lettura del mondo rappresentato, ma ne andasse a scovare gli angoli meno frequentati dall’assuefatto occhio dell’indaffarato cittadino contemporaneo. Di conseguenza, già nei primi quadri della sua produzione, la rappresentazione tendeva ad organizzarsi intorno a segni catturati – spesso casualmente – nella loro arbitrarietà. Come lettere che si fossero slacciate, assolutamente, dalla logica di un alfabeto. Come se i tasselli, gli stilemi topici del paesaggismo ottocentesco avessero iniziato a non riconoscere più l’organicità della prospettiva che li legava e giustificava. Si affacciavano, pian piano, sempre più irriconoscibili, ed emergevano sulla tela, isolati, amplificati, ingranditi fino a sfocarsi, svincolati naturalmente da ogni volontà omologante e rassicurante.
All’inizio, lo spettatore meno accorto poteva ancora pensare a tentativi di rappresentazione originale, di provocazione per la scelta dei soggetti, ma Marco Memeo, consapevolmente vicino ai grandi maestri dell’avanguardia storica piuttosto che a Gerhard Richter o ai grandi iperrealisti Americani, se ne distaccava già nelle intenzioni, mostrandoci la sua testimonianza come una traccia, come un testo monco, le cui regole fossero riuscite ad aggirare l’ostinata presenza di un soggetto creante, di un demiurgo. Il suo stile si configurava, da subito, come una visione periferica, sia dal punto di vista tematico, sia per i modi di scelta degli oggetti rappresentati, e, ancora, per quanto riguarda gli aspetti puramente formali della sua pittura. I temi erano quelli della grande città, delle periferie in cui l’artista era cresciuto, dell’architettura degli Anni Sessanta e Settanta: sottintendevano l’alienazione, il disagio della civiltà contemporanea, la speciale solitudine che s’annida nei quartieri operai. La ricerca dei soggetti avveniva casualmente attraverso l’uso della videocamera o della macchina fotografica, la scelta – per suggestione – si posava sugli angoli meno frequentati, su squarci di architetture, semafori e strisce pedonali che riuscivano a creare improbabili geometrie, e che mostravano dell’urbanizzazione il volto spietatamente inumano. La cristallizzazione della città come paesaggio a sé stante, estraneo alle regole della natura, con la sua logica utilitaristica, emergeva dalla rappresentazione opaca, da una pittura che iniziava a intorpidirsi nelle acque stagnanti dell’incomunicabilità, dell’impossibilità di una rappresentazione consolante o condivisibile.
La serialità con cui le opere si presentavano annullava l’importanza di titoli e di indicazioni geografiche per giungere a una vocabolarizzazione di non-luoghi che, secondo l’originaria definizione datane da Marc Augé, ne catalogava le infinite e reiterate caratteristiche di anonimato e di stereotipazione. A questo apporto criticamente – e ironicamente? – educativo e didattico s’accostava, in modo consequenziale, la forte tematica di denuncia che emergeva dalla rappresentazione degli spazi nella loro elementarità e dalla disparita dell’emotività e della soggettività dell’artista.

Più che ricondurre la pittura di Memeo a illustri precedenti nell’ambito dell’arte figurativa, si è tentati di accostarlo a correnti letterarie e teoriche che della percezione della città e del paesaggio hanno fatto oggetto di studio e riflessione. Partendo dal famoso verso di Hölderlin Poeticamente abita l’uomo, che, mirabilmente commentato e fatto proprio da Heidegger, ha aperto la strada a nuove considerazioni sugli studi di urbanistica e paesaggio, si può arrivare agli scritti e alle considerazioni sull’utilitarismo in architettura di Adolf Loos, agli stretti legami tra studi di forme nell’ architettura e nel design che hanno accomunato varie correnti artistiche d’avanguardia del Novecento. Ancora meglio, le teorizzazioni che stanno alla base dell’arte di Memeo ci riportano ai paesaggi narrati dalla grande letteratura del Novecento: le città inermi e reificate sotto lo sguardo di Fernando Pessoa e dei suoi eteronimi, le considerazioni astratte e poeticamente toccanti de Le Città Invisibili di Italo Calvino, l’urbanistica desolata che scopriamo nel minimalismo Americano di David Leavitt e, soprattutto, di Raymond Carver. Non a caso, una delle più importanti mostre di Marco Memeo a Roma aveva come titolo – parafrasando appunto un celebre verso dello scrittore statunitense – Di che cosa parliamo quando parliamo di Carver. Dei racconti del narratore, i quadri di Memeo sono l’impeccabile contrappunto, mostrano le scene sospese, le scenografie comodamente intercambiabili in cui i personaggi e le situazioni di Carver – ugualmente svuotate di episodi significativi a livello di rappresentazione – potrebbero essere calati. Dall’apparente semplicità del mondo carveriano e delle tele di Memeo scaturisce sempre, ancora, un pesante alone di inquietudine; un sortilegio espropria oggetti, paesaggi e personaggi delle loro singolarità ed individualità, rendendoli parte di un mondo sospeso, in cui la mano del creatore s’allontana sempre più, divenendo quasi invisibile alle nostre coscienze.

Il pittore, in questa terra desolata, nella città irreale, riesce a darci testimonianza sfocata di luoghi inospitali, osservati con l’occhio spento del reietto, dell’emarginato, del malato. La sua individualità poetica si scioglie nella prosa di un mondo plasmato dalle leggi del consumo, della comodità, della velocità. In questo senso, l’artista giunge a un sempre maggiore livello di astrazione e il sipario che prima si apriva su elementi riconoscibili, inizia, lentamente ma con un’assiduità crescente in modo esponenziale, a cedere la scena alle più improbabili forme geometriche che l’umanità genera nei più ascosi anfratti delle città spersonificate. Si tratta quindi di un cammino che approda, logicamente, all’abbandono della pittura come rappresentazione.
In questa mostra, organizzata dal consigliere Marcello Coppo ed allestita nel Palazzo delle Entrate ad Asti, Marco Memeo presenta una sorta di percorso che giunge al traguardo fino a qui anticipato. Le opere che ci presenta sono tutte di ugual misura (110 x 110) – altro tratto della loro speciale serialità – e sono caratterizzate da uno stile, che, nell’ostentato realismo che persegue, mostra scorci e paesaggi presentati quasi come simboli. Nella loro densa opacità, sono già aperti al maggior numero di interpretazioni: pronti ad essere colmati dal senso che la percezione di ogni spettatore può dare loro. Anche i titoli non vogliono influenzare per nessun motivo l’incontro che il pubblico avrà con le opere e mostrano ancora caratteristiche tassonomiche e stranianti: Tre Balconi, Dettaglio Torre, Una Finestra, Due Finestre, Torre 1, Torre 2 …
Si tratta di un’estetica della percezione che cerca e trova un pubblico aperto alla messa in discussione e all’analisi dei propri punti di vista e dalla propria sensibilità. Non ci resta, quindi, che farci oltrepassare dalle sensazioni che l’artista – già lontano dalla propria creazione come lo erano gli antichi dei, demiurgo assente, ormai attonito spettatore d’altri paesaggi – ha lasciato emergere nell’opera.

Ivan Fassio


Settembre 12, 2009

I.

Sfera, cassa o quadra risuona, parlotta. “Non t’ascolto” a ognuno avrebbe detto, permalosa. Ma, quando bisboccia, sfera, cassa o quadra s’annulla da sola, di botto. E tace, fino al prossimo attacco, al tornare, cavilloso, di qualche paradosso.

Tira un dado, t’apostrofa, nella scatola rossa, e nota il caso. Si sfoga a più non posso, a capo chino su ogni lato della fossa. Se avrà capito la risposta, vedrai che sfera, cassa o quadra più non sbotta. Calma riposa, s’arrotola nella sera che annotta.

II.

Un dolore coperto

E sopra la foglia,

- E ancora più foglie

Di un verde più chiaro -

Man mano che copre

Lo rende più strano.

Se il foglio si buca,

Se strappi la carta

Il gesto si libra

E scopre gengive

E scava nel rosso

Del verde di prima.

III.

Luccicavano i suoi occhi

Balenava un’intenzione

Non sapeva come dire

Se spiegare o sorvolare.

Poi taceva.

Per chi lo conosceva

Era immagine cara,

Bandiera bianca,

Sacro simbolo del volere.

Eppure piangeva.

IV.

Simpatia come Religione

Ha le chiavi del paese

Libero ingresso al campanile.

Da fuori il tempo s’arresta

Quel tanto che può, nell’ora di festa:

Non ti lascia ferito un’assenza,

Del ricordo ti godi il silenzio.

V.

Poeta Inglese, io so

Che provi dal dirupo

La quieta lontananza

Dall’umano.

Nella divina indulgenza

Scrivi un verso invernale

Svapora i suoni dal sale

Dissipa questo gomitolo

D’intenzioni umorali

Sgretola la pietra del male!

Ivan Fassio