Luglio 13, 2009

 

“Non credere, sempre fraintendere” ti ripeteva e non capivi, e fraintendevi.

In cima e in fondo sta il dolore, nel mezzo il valore aggiunto, il libero arbitrio, l’esercito delle parole.

S’ammucchiano sotto alla lingua, dietro alle palpebre, in fondo alle orecchie, nei pori e nel naso: le cose da dire.

 

Suono di fucile che si arma

Il fiato dalla spina traspira

Stringevi verità sottili

Nella scena che arrossiva.

 

Nella sera che arrossava

Serravi piano il chiavistello

Ti calavi nel maggengo

Lenta l’erba maceravi

Non pensavi.

 

_ . _ . _

 

 

Lungo viaggio nella sera autunnale, tra le braccia di antichi pensieri, mentre cupa la febbre ti guida. Alla finestra, in silenzio, tu e l’amico osservate un paesaggio mutare, i vecchi muri scrostarsi pian piano. Tra i viottoli stanchi, un campanile, giallognolo, si colora alla pioggia: il paese, acquoso, si riveste di nuovo.

Il vino che assaggi ha un gusto focoso, le tue labbra s’arrossano, i tuoi occhi si agitano. Languido, un dolce pallore ti purifica, ti beatifica.

L’amico ti scruta, assonnato, e ti offre un altro bicchiere.

Accettando, vedi scendere una notte stellata, in un battere d’ali stagliarsi all’orizzonte, incorniciata.

Curioso, la osservi stramazzare sul selciato.

 

Simpatia come religione

Ha le chiavi del paese

Libero ingresso al campanile.

 

Da fuori il tempo s’arresta

Quel tanto che può, nell’ora di festa:

Non ti lascia ferito un’assenza,

Del ricordo ti godi il silenzio.

_._._

 

 

 

 

 

S’interrogò sul mistero del genio del cuore, che frantuma strati di ghiaccio e li fa ribollire, e parlò di parole possedute e studiate. Lo ascoltavano tutti ma nessuno annuiva, lo ascoltavano ancora e già il primo dormiva.

 Mentre la sera tendeva alla notte e facili stelle congelavano piano, accavallava le gambe e indossava gli occhiali. Alba diafana o crepuscolo acceso?

Di questo sogno d’insonnia non ebbe il tempo di prendere nota: ballava la logica sulle parole stanche, belle e vere, calde appena morte – mentre il sonno ammaliava le palpebre.

 

I libri impolverati

Accatastati alle mie spalle

Ora odiavo

Con le mie forze da schiavo.

 

La sera era soltanto studiata

Mandata a memoria, laccata.

Mai avevo annusato

Il suo seno

Mai intuito il mistero

Scavato il terreno.

 _._._

 

 

Figura si muove, tra oscuri segnali, insicura. Corre, s’inceppa, ruzzola, cade ed incespica. Urla, bestemmia, s’arresta, sospira.

Ombra rincorre, al sole cocente, sparuta. S’allunga, si stira, rigonfia, assottiglia. Ritmica segue, comica inerme.

Figura s’incontra nel vetro di fronte, si specchia, si chiama, si trova una volta, due o tre, forse più. Figura si volta, mi vede, m’abbraccia, ricorda. Forse non parla, balbetta: non pensa, fischietta.

Figura ritorna, costretta, immagine netta si staglia, impaurita, sulla strada vecchia. Non sa di esistere, povera e stanca, e se anche sapesse, dubbia e penosa, non saprebbe perché.

Noi la sogniamo, la vediamo, chissà, talvolta speriamo, ma non la capiamo.

 

Testimonianza di noi

Sta cuocendo al sole

- Frigge nell’aria e balugina -

Come manifesto al muro

Che scioglie a sera

Il suo calore nell’afa.

 

Sgranando sillabe

Nel colmo imbarazzo

Intravedi brillare

Nel mezzogiorno irreale

Un’oasi del vero. 

 

 

 

Ivan Fassio

 


Il Compagno (da “Il Pensiero del Fuori” di Michel Foucault)

Luglio 10, 2009

Sin dai primi segni dell’attrazione, nel momento in cui si delinea appena il ritrarsi del volto desiderato, in cui appena si distingue nel viluppo del mormorio la fermezza della voce solitaria, c’è come un movimento dolce e violento che irrompe nell’interiorità, che rivoltandola la pone fuori di sé e fa sorgere al suo fianco – o piuttosto al di qua di essa – la retrostante figura d’un compagno sempre nascosto, ma che s’impone sempre con un’evidenza mai contestata; un doppio a distanza, una somiglianza contrapposta. Nel momento in cui l’interiorità è attratta fuori di sé, un fuori scava il luogo in cui l’interiorità suole trovare il suo rifugio e la possibilità del suo rifugio: sorge una forma – meno di una forma, una sorta di anonimato informe e testardo – che spoglia il soggetto della sua semplice identità, lo svuota e lo divide in due figure gemelle ma non sovrapponibili, lo spoglia del suo diritto immediato a dire Io e leva contro il suo discorso una parola che è indissociabilmente eco e diniego. Tendere l’orecchio verso la voce argetina delle sirene, girarsi verso il volto proibito che già si è nascosto, questo non significa solo trasgredire la legge per affrontare la morte, non significa solo abbandonare il mondo e la distrazione dell’apparenza, significa sentire d’un tratto crescere in sé il deserto all’altra estremità del quale (ma questa distanza senza misura è sottile come una linea) scintilla un linguaggio senza soggetto assegnabile, una legge di Dio, un pronome personale senza personaggio, un volto senza espressione e senza occhi, un altro che è lo stesso.

Michel Foucault – Il Pensiero del Fuori


Momenti dell’oblìo

Luglio 7, 2009
 
 
Momenti dell’oblìo
 
Composizioni di Ivan Fassio –
 
 
 
Deve darsi come incomprensibile, contorta e instabile questa lettera che scrivo a te, al mondo, al futuro. Questo passo di danza fuori tempo, questa voce tonante che si smorza, partitura franta che inciampa, discorso che passeggia sbieco e s’interrompe.
 
Da leggersi come disumana, così piano o così forte che non s’indovini un contenuto, che un messaggio – vana speranza – non riesca a trapelare.

Richiede uno sforzo appena, un coraggio da animale, una volta per sempre e poi mai più!

 

 

Sorvoli, perlustri

Ogni nostro canto

Ciò che è nostro di ogni giorno.

L’esamini, rifiuti, stringa, scruti.

 

Infinito giro di giostra

Che sia estasiante o estenuante o stremato

E infine a compassione almeno accenni

Se proprio preghiere non si danno

Ai nostri esangui fiati.

  

 

Ivan Fassio

 


Da appunti abbandonati

Luglio 3, 2009

 

 

Sudore d’un tempo e malattia :

 

L’incedere della carne

 

Lento nella memoria preme

 

(D’un tratto sipario s’apre di follia).

 

 

Da anni costretto al letto

 

Da anni una stampella regge,

 

Protegge da una scossa.

 

Accende una tua malinconia.

 

 

 

Ivan Fassio

 

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

 

 

Ammirazione come religione

 

Lascia porte aperte

 

Agli sbuffi di stagione.

 

 

Ti fissa da lontano

 

Un essere umano – incappucciato? -

 

Nel suo occhio inginocchiato

 

Un monaco ha pregato.

 

 

 

Ivan Fassio

 

 

 

 


Jean Baudrillard – “Taccuini 1990-95″

Luglio 2, 2009

 

Tranciare coi propri denti l’ultimo cordone ombelicale con il reale, mentre le unghie si conficcano nella memoria, nel silenzio assoluto, e le mosche violano senza sosta il nostro spazio aereo. Non è l’illusione che dissimula la realtà. E’ la realtà che dissimula il fatto che non c’è. __________________________________________________________________________

Quindici anni dopo ho assistito, per una sollecitazione quasi casuale, al risorgere d’una lingua straniera, apparentemente caduta nell’oblio, ma che è riemersa spontaneamente in superficie con le proprie costruzioni, le proprie sottigliezze – una situazione da sogno! Sfortunatamente, è come per le mummie egiziane: una volta riesumate, si decompongono rapidamente. __________________________________________________________________________

La storia del traduttore cleptomane: tutti i gioielli, i candelabri, gli oggetti di valore sparivano dal testo che stava traducendo

__________________________________________________________________________

Per la scrittura è come per il resto: bisogna andare più veloci della propria ombra. E’ una specie di atto riflesso, che è finito ancora prima di cominciare. E che non lascia tracce (quando è riuscito). Perché è l’oggetto che fa in qualche modo il lavoro. Perché le cose trovano da sole la loro articolazione. Ma la contropartita di questa specie di scrittura automatica, fatta di concatenazioni senza sforzi, che realizza quella che era l’esistenza stessa – la contropartita è un passaggio all’atto man mano sempre più difficile. Non è assolutamente vero che l’esperienza di scrivere o di parlare ne facilita l’esercizio. Lo rende sempre più angosciante. __________________________________________________________________________

La scrittura frammentaria è in fondo la scrittura democratica. Ogni frammento gode di una uguale distinzione. Il più banale trova il proprio lettore eccezionale. Ciascuno, uno per volta, ha diritto al proprio momento di gloria. Sicuramente, ogni frammento potrebbe diventare un libro. Ma per l’appunto non lo farà poiché l’ellissi è superiore alla linea diritta. Ma anche per pigrizia: non si ha diritto di sprecare il tempo in scopi inutili, sarebbe come sfruttare se stessi per scopi inutili. E anche per compassione verso le parole, che sono già state così utili. __________________________________________________________________________

Colpo su colpo: la radiografia della mia pattumiera – il ritratto a scanner del mio codice genetico – l’inventario fotografico della mia vita quotidiana. In ogni caso: un’analisi senza volto. Lo specchio derisorio della vostra identità perduta , delle vostre deiezioni e del dettaglio futile della vostra vita – identificazione forzata, investigazione poliziesca , oscena quanto l’analisi delle urine o la psicanalisi, di cui tutti questi approcci sono varianti tecniche e degradate. Estetizzazione generale dei residui. Vestigia della magia, la cui potenza riposa nella disposizione delle tracce e degli scarti, delle unghie, dei capelli e delle cellule morte dell’altro. Ma che cosa resta del sortilegio arcaico? __________________________________________________________________________

La fine della vostra vita è un libro supremo Che non si può né chiudere né riaprire a propria scelta Ci piacerebbe conservare le pagine che amiamo Ma l’ultima già si sfoglia sotto le nostre dita __________________________________________________________________________

Il fascino delle notti bianche, è l’idea che l’indomani non sorgerà il giorno. E’ l’idea di prolungare la notte e il tempo come in una illusione pura, come nel sonno e nel sogno, ma allo stesso tempo senza perdere coscienza. __________________________________________________________________________

Il grado zero del disordine e dell’avvenimento. Il punto d’un miracoloso equilibrio totale. Tutti gli affetti disposti in ordine nel vuoto dell’anima. Tutte le funzioni disposte in ordine nel vuoto del corpo. Silenzio del corpo e immobilità del mondo intorno a sé. Si può sognare di dare vita a questa situazione e farne una somma di dettagli insignificanti. Ma senza posa un dettaglio riprende un’importanza smisurata e annulla ogni sforzo. __________________________________________________________________________

Sogno. Gli alberi, i ceppi, i tronchi interi attraversano il cielo orizzontalmente, ritorti nel flusso aereo di vento immobile. Essi discendono il cielo come fosse la corrente d’un fiume, i rami si rompono e galleggiano trascinati come relitti. Gli alberi ora abbattuti, ora sradicati sembrano i superstiti d’un tornado. Tutti sono testimoni di questo fenomeno, ma nessuno ne è davvero sorpreso.

 

Jean Baudrillard, Fragments. Cool Memories III, 1990-95


Planava l’angelo

Giugno 26, 2009

Planava l’angelo

Tra i castelli in aria,

Velato di bianco, indifferente,

Sul congelato desiderio.

 

Gesticolava la madre

Alla finestra, radunava

In ordine i compiti

Da fare, gli oggetti da salvare.

 

Mischiava le carte

Il mago, attento a barare

Nella pena generale,

Nel giudizio universale.

 

Ivan Fassio


Due poesie di Guido Gozzano

Giugno 26, 2009
Il sogno cattivo

Se guardo questo pettine sottile
di tartaruga e d’oro, che affigura -
opera egregia di cesellatura -
un germoglio di vischio in novo stile,

risogno un sogno atroce. Dal monile
divampa quella gran capellatura
vostra, fiammante nella massa oscura.
E pur non vedo il volto giovenile.

Solo vedo che il pettino produce
sempre capelli biondo-bruni e scorgo
un cielo fatto delle loro trame:

un cielo senza vento e senza luce!
E poi un mare… e poi cado in un gorgo
tutto di bande di color di rame.

Guido Gozzano, da LA VIA DEL RIFUGIO

Il gioco del silenzio

Non so se veramente fu vissuto
quel giorno della prima primavera.
Ricordo – o sogno? – un prato di velluto,
ricordo – o sogno? – un cielo che s’annera,
e il tuo sgomento e i lampi e la bufera
livida sul paese sconosciuto…

Poi la cascina rustica sul colle
e la corsa e le grida e la massaia
e il rifugio notturno e l’ora folle
e te giuliva come una crestaia,
e l’aurora ed i canti in mezzo all’aia
e il ritorno in un velo di corolle…

- Parla! – Salivi per la bella strada
primaverile, tra pescheti rosa,
mandorli bianchi, molli di rugiada…
- Parla! – Tacevi, rigida pensosa
della cosa carpita, della cosa
che accade e non si sa mai come accada…

- Parla! – seguivo l’odorosa traccia
della tua gonna… Tutto rivedo
quel tuo sottile corpo di cinedo,
quella tua muta corrugata faccia
che par sogni l’inganno od il congedo
e che piacere a me par che le spiaccia…

E ancor mi negasti la tua voce
in treno. Supplicai, chino rimasi
su te, nel rombo ritmico e veloce…
Ti scossi, ti parlai con rudi frasi,
ti feci male, ti percossi quasi,
e ancora mi negasti la tua voce.

Giocosa amica, il Tempo vola, invola
ogni promessa. Dissipò coi baci
le tue parole tenere fugaci…
Non quel silenzio. Nel ricordo, sola
restò la bocca che non diè parola,
la bocca che tacendo disse: Taci!…

Guido Gozzano da I COLLOQUI


Maggio 22, 2009

“Deleuze produce una storia della filosofia come un collage, con frammenti dell’uno e dell’altro filosofo, utilizzati senza rispetto né coscienza del sacrilegio (…) come nelle finzioni borgesiane, i filosofi vengono messi in scena leggendari e a-storici”

Michel Cressole, Deleuze

 

E’ la filosofia non come pensiero ma come teatro: teatro di mimi dalle scene multiple, fuggevoli ed istantanee, dove i gesti, senza vedersi, si fanno segni: teatro in cui, sotto la maschera di Socrate, sfolgora improvviso il riso del sofista…

M.Foucault, Theatrum Philosophicum

 


Maggio 22, 2009

Dire qualcosa a nome proprio è un fatto molto curioso; perchè non è affatto nel momento in cui ci si ritiene un io, una persona o un soggetto che si parla a proprio nome. Al contrario, un individuo acquista un vero nome proprio al termine del più severo esercizio di spersonalizzazione, quando si apre alle molteplicità che lo attraversano da parte a parte, alle intensità che lo percorrono.

Gilles Deleuze, Lettre à Michel Cressole


Maggio 22, 2009

E’ tempo di abbandonare il mondo civile e la sua luce. E’ troppo tardi per tenerci a essere ragionevoli e istruiti – questo ci ha portati a una vita senza fascino. Segretamente o no, è necessario diventare tutt’altri o cessare di essere.
Il mondo al quale siamo appartenuti non propone niente da amare fuori dall’insufficienza individuale di ciascuno: la sua esistenza si limita alla sua comodità. Un mondo che non può essere amato da morire – allo stesso modo che un uomo ama una donna – rappresenta solo l’interesse e l’obbligo del lavoro. Se paragonato ai mondi scomparsi, è orribile e appare come il più mancato di tutti. Nei mondi scomparsi, è stato possibile perdersi nell’estasi, cosa che è impossibile nel mondo della volgarità istruita.

(Georges Bataille, Il Labirinto)


Maggio 19, 2009

 

Si sprofonda nella neve, in quel giorno che accatasta le ore gravi sotto al portico. Come tronco – è quella noia – che recinta il tepore delle carni fino a che s’appressi il sonno. Si restringe, s’assoda e si staglia pesante come un tempio, affinché il corpo intorpidisca nello stagno tra i canneti, alla luce della lampada, nella muffa del cuscino. Chi è il padrone di questa spossatezza, di questo luogo inumidito, di questa quiete indolenzita? Chi, in questa incomprensione, alterna lingue distanti, congiunge gioielli e vaghi presagi, mischia carte usando i dadi? Mentre precipito, nei lenti palpiti, in pesanti respiri immateriali, la grandine s’abbatte sul feroce deserto, frecce si conficcano sparendo sul balcone, la luce della mia stanza illumina e spolvera un solaio. Messaggi imbottigliati da un alito che appanna, da secoli tacevano riposti nel granaio: le tue intenzioni intrappolate esprimono i miei sensi – ne fanno un discorso di frasi interminabili, prolisse ed ostinate, svuotate di parole…

 

Ivan Fassio


Immolazione e offerta

Maggio 19, 2009

 

Che cosa volete da me? Potete ripeterlo lentamente? Ma senza aspettarvi una risposta, sia chiaro. Voi, branco d’asini, persone civili, democratici, smorti, non avete coscienza neppure dell’irresponsabilità che vi portate al collo. Brulicate sui miei paesaggi come bestie in fondo all’oceano, attorcigliati ai vostri oggetti. Informi, umidi, l’occhio spento, incapaci d’ogni silenzio, incapaci d’ogni azione insensata, privi di voce, d’ironia, di parola. E tuttavia parlate. Idioti!

Non saggezza, non pazzia, non ebbrezza, non corpi e menti duttili che s’adattino coraggiosamente, tragicamente, al mondo circostante. Niente di rischioso, nulla di fantasioso. Conoscerete mendicanti menomati che sfidano pericolosi brutti ceffi in partite di biliardo, scommettendo denaro? Oppure falciatori silenziosi, in campi isolati, amanti dell’ombra e della quiete? Conoscerete persone votate all’incoscienza, oppure uomini che leggono perchè non hanno occhi, che scrivono perchè non hanno mani. Non crederete in loro, vero? Non li ascolterete, non riuscireste neppure a rapportarvi alla loro esistenza. Che cosa volete, dunque, da me?

Da bambino vedevo un pericolo, una sconosciuta presenza delirante paurosa dietro ogni cosa casa buio silenzio porta. Ebbene quella presenza ora sono io, mi nascondo nel mio corpo e voi non sapete mentre vi sto assassinando, voi non sapete che vi sto massacrando.

 

Realtà è l’impensabile

A chi sia indirizzata

Sapersi non ci è dato

Non bagliore o sprazzo 

A illuminarci mai.

Mai un vero triangolo

è stato realizzato.

Morte è il risaputo

L’accadere preciso

Cadere dall’albero

L’appuntamento.

Con disappunto lascio

Il pane a chi ha denti

E m’accontento di niente.

 

Ivan Fassio